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TU NON PUOI ESSERE CHIAMATO UOMO

C’è sempre meno tempo e spazio per “vedere e sentire” ciò che accade nel silenzio più impotente. Una difficoltà esponenziale a riuscire ad arginare l’incultura dilagante della violenza sulle donne. Maltrattate ferite, uccise un giorno si e l’altro pure, senza che alcuno possa fare niente. Ogni volta che l’informazione mette al corrente della nuova vittima, immediatamente il coro “era tutto preannunciato” scandisce l’epitaffio. Mi ritorna in mente un episodio di qualche tempo addietro. La donna se ne stava lì in un angolo della stanza, rannicchiata addosso alla parete, come volesse occupare uno spazio invisibile. Una signora con i capelli argentati, esile, fragile. Mentre l’accompagnavo da persone amiche disponibili ad accoglierla per la notte, mi raccontava una storia incredibile, ma tragicamente reale. Ogni tanto le succede di scappare da casa, attraverso i campi raggiunge la città, per recarsi al pronto soccorso. Le accade di non riuscire a muovere le braccia, né piegarsi, o respirare bene. Ogni tanto succede che la testa le ciondola sul collo, svuotata di ogni pensiero, le gambe oppongono resistenza, non c’è più sincronia tra dire e fare, neppure nello sperare che le cose possano cambiare. Ogni tanto il marito la colpisce forte, la offende e la spintona, per il lavoro che non c’è più, per la malattia sopraggiunta, per lo sfratto imminente. Le percosse e le umiliazioni la fanno morire un po’ di più: “No, non denuncio a mio marito, perché se lo scopre mi ammazza stavolta, no, non lo denuncio. Guardo quella signora e mi vengono in mente le reiterate sensibilizzazioni a chiamare il numero verde, gratuito ed efficiente a difesa di chi non sa più a che santo votarsi per sopravvivere, se, al diritto di vivere, è negato l’accesso.                                                                Frasi fatte, luoghi comuni, gli scudi levati al grido ” la violenza sulle donne non ha più scuse “. A questa donna hanno sollecitato “lo denunci signora, lo denunci, e poi vada via subito dal paese”, ma lei mi dice: “Dove vado io, cosa faccio io?”. Incredibile, chi ha ragione ed è vittima, deve trovare il coraggio di denunciare, nella certezza di finire in strada, a perdere ulteriormente dignità e fiducia negli altri, senza risposte a propria tutela, se non quella di un consiglio ad abbandonare casa e andare lontano, dove e come ha poca importanza, perché di fondi non ce ne sono, il paese non offre lavoro, nonostante i decreti, le nuove normative, la legge è quella che è. Una donna presa a calci, rifiutata e calpestata, è solamente il frutto di una errata concezione morale, di valori culturali che soccombono ai pugni sferrati dai pregiudizi, si tratta semplicemente di vittime ammutolite dalla consapevolezza di rappresentare poco più di un fattaccio privato, anche quando la bestemmia burocratica è spogliata nella sua menzogna, dall’efferatezza dei dati esponenziali che indicano in migliaia le donne colpite dai sassi psicologici, fisici, sessuali. Mentre scende dall’auto e la portano nella sua stanza, ho come un magone, ma non è il risultato della sola compassione, della partecipazione emotiva – solidale verso chi vede martoriati i propri diritti fondamentali. Il groppo in gola è lì per l’impotenza a intervenire ai fianchi di infamie come queste, che accadono nell’indifferenza e nell’incapacità di porre termine a una delle ingiustizie più miserabili che aggredisce sempre le persone più deboli e indifese. Ogni tanto la signora è costretta a ricorrere alle cure mediche, a negare l’evidente, a chiedere aiuto e vederselo negato, ogni anno ci sono le ricorrenze, le feste, le coreografie delle pari opportunità, sull’uguaglianza e sulla diversità, sulle quote rosa. Ogni anno, ci sono pure le mimose che dovrebbero rammentare a ciascuno di rispettare le donne. Per davvero.

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