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Oltre l’orizzonte

di lorenzo merlo ekarrrt – 180923

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Le realtà che descriviamo discendono da un solo campo volumetrico. Ogni narrazione è un incantesimo coerente, che entra in conflitto nel momento in cui la eleggiamo superiore alle altre. Ma nessuna è in conflitto se vediamo in quali termini è vera, in quali termini descrive una realtà. La dimostrazione cosiddetta scientifica non serve. Essa scompone e quantifica. Praticamente ferma in una bidimensione ciò la cui natura è un volume, entro cui tutte le entità della vita universale sono in perenne relazione reciproca e movimento, pronte a divenire qualunque realtà quando l’osservatore realizza un’affermazione. Come già detto da millenni dalle tradizioni sapienziali, non il principio del calcolo/misurazione, ma quello di forza/tendenza è idoneo a riconoscere tanto il ripetersi, quanto il variare della storia, secondo una coerenza non più irreversibile, come nel tempo lineare in cui crediamo. Una coerenza che non sta nei principi della logica, ma include il proprio opposto alogico, e in cui il binomio materia e spirito non sono due terreni separati, ma cangianti facce dell’Uno.

 

Una sola realtà

La realtà concepita come ente oggettivo, composto da parti che rispondono a leggi e scomponibile fin dove la tecnologia lo permette, identica per tutti, impone e deriva dall’idea di matrice cartesiana e newtoniana, illuminista e scientifico-materialista; comporta una lettura e un’indagine esclusivamente appoggiata al piano logico-razionale, in quanto così si ritiene di trovare e di restare entro un’interpretazione impeccabile, autentica e definitiva, scalzando quanto a essa non confacente. È una realtà ridotta a materia, allo stato misurabile e quantificabile.

Ma la narrazione logica è incompleta. Dentro la camicia di forza meccanicista, il suo linguaggio non è idoneo per raccontare la realtà. Il suo discorso sempre finalizzato a dimostrare il vero non permette di accreditare quanto scarta e lascia fuori dal reale, né la serendipità verso l’inimmaginato alogico. Le sue parole reificano la realtà e ciò impedisce il volo leggero in ciò che ritiene utopico e impossibile.

Il concetto di tempo raduna bene l’impostura della reificazione. Per tutti noi, esso è uno, scomponibile e moltiplicabile in modo univoco, universale, irreversibile, sempre orientato in avanti. Non comporta sistemi-organismi, ma geometrie piatte e lineari, dove il progresso è sempre più avanti. Sic! Esso crea il passato e guarda al futuro, lasciando di sé solo l’attimo imprendibile del presente. Il suo sistema costretto entro il principio di causa-effetto non può contemplare quello del qui e ora al centro del pensiero magico-taoista, secondo cui solo nel presente possiamo cogliere l’intero.

L’efficacia della descrizione ha emozionato gli spiriti umani, al punto che è ora ordinario per questi intendere nello stesso modo della realtà fisica quanto è umano. La medicina ne è un portabandiera, i suoi protocolli ne sono un campione emblematico. L’inconsapevole idolatria della scienza materialista ha condotto gran parte delle culture del mondo allo scientismo, ovvero al pensiero che solo questa scienza conduca alla conoscenza e alla verità.

Lo si può riscontrare da sempre. Concludere un’affermazione con un è scientificamente provato toglie di mezzo discussioni e la imprime di verità garantita oltre ogni ragionevole dubbio. Anche se li conosce, chi la pronuncia non si cura di Karl Popper (1), che ci ha segnalato i limiti della scienza, tantomeno di Kurt Gödel (2) e del suo principio di incompletezza, né di Ludwig Wittgenstein (3), con la sua critica alla struttura logica del mondo universalmente valida, e men che meno di Alfred Korzybski (4), della sua legittimazione e valorizzazione dell’alogico e, parafrasandolo liberamente, del suo il protocollo non è il territorio (5).

 

“Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere” (6).

 

“[…] nessun sistema rigorosamente definito di assiomi corretti può comprendere tutta la matematica oggettiva, dal momento che la proposizione che afferma la coerenza del sistema è vera ma non dimostrabile nel sistema stesso” (7).

 

“Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati” (8).

 

“Infatti, l’intero passaggio dal sistema aristotelico al sistema non-aristotelico dipende da questo cambio di atteggiamento dall’intensione all’estensione, dalla tendenza macroscopica a quella submicroscopica, dalla tendenza ‘oggettiva’ a quella processuale, dalla valutazione del soggetto-predicato a quella relazionale, etc.” (9).

 

E ne abbiamo visto l’applicazione su scala planetaria in occasione del Covid-19, il presunto esiziale virus. Non solo da parte dei professori dello scientismo, ma spettacolarmente da parte di chi, seppur inconsapevolmente, concepisce la cultura che c’è, i suoi specializzati ed esperti come la voce alla quale è sbagliato non attenersi. Ricchi dell’incoronazione che il sistema ha loro tributato, non si fanno cruccio dei paradossi e delle antinomie interne alla logica, unico e pregiato mattone delle loro villette con patio, portico e terrazza, dalle quali osservano, fieri di se stessi, il mondo di sotto.

Ogni loro nuova idea, che porta a cestinare la precedente – l’universo è ampio 4 mlr di anni luce, anzi 13 –, è nuovamente verità indiscutibile. Perché non sarebbe vero che l’universo è largo 13 mlr di anni luce, se loro dicono che lo è? Chi dice che l’universo è altro viene squalificato come ciarlatano che non si attiene alla scienza, cioè alla verità. Non è che un’ennesima planatina nel piccolo cielo del materialismo, di stelle e costellazioni razionali. Cioè ancora rinchiuso nella povera libreria babelica che non sapremo di seguitare a erigere, finché non ci crollerà addosso.

Il mondo è pieno delle ciarlatanate della scienza. Prima di una pletora di alpinisti, Reinhold Messner e Peter Habeler erano saliti sull’Everest nel 1978 senza ossigeno ausiliario, nonostante il mondo scientifico affermasse in coro che la percentuale di ossigeno a quelle quote era insufficiente a mantenere la vita. Tra il 1950 e il 1989, Enzo Maiorca “si trovò in rotta di collisione con la scienza” (10) – parole sue – mentre, record dopo record, scendeva a profondità dove sarebbe morto per schiacciamento della gabbia toracica. Più recentemente, abbiamo l’esempio del record del mondo forse imbattibile. Ce lo ha riferito il signor Draghi sostenendo, imboccato dalla scienza, che “se non ti vaccini, ti ammali, muori” (11). Ma anche senza Draghi fiammeggianti, la scienza, con i suoi del Comitato scientifico, non ha mancato di ricordarci che i vaccinati non infettano.

La concezione dell’uomo, della conoscenza, del progresso, del bene e della verità totalitarista, meccanicista e materialista non è altro che una gabbia emozionale che impedisce un pensiero altro da quello ridondante che gira in tondo, ripetendosi e rinforzandosi. Né più né meno di quanto accade in contesto idolatrico o ideologico.

Se ciò soddisfa la dimensione e le prospettive razionali, non dovrebbe eleggere tuttavia la ragione. L’uomo non è solo ratio. Questa non è che un’espressione minore e superficiale che ha preso il sopravvento nella storia. Il resto, quanto oggi il razionalismo non può che denigrare, suo unico mezzo di interlocuzione, è infinito. Un territorio ben più ampio di quello maneggiato dallo scientismo, composto da limitate norme, elementi e dinamiche. Tutte inette a muoversi in campo sconosciuto, in quanto tutte a sfondo deterministico. La scienza scientista non ha proprio gli strumenti per indagare quanto è alogico e indefinibile. Ma ha l’arroganza e la prepotenza di considerare le sue quattro categorie, entro cui ha posto la realtà, le sole scatolette utili alla vera conoscenza.

 

Qui abbiamo un campione di quanto detto finora. Il testo è tratto da un commento relativo al seguente articolo: .

“‘Nel 1927 il fisico tedesco Werner Heisenberg (Fisica e Filosofia, Natura e Fisica Moderna) formulò il suo famoso principio di indeterminazione con il quale veniva introdotta inevitabilmente l’osservazione (cioè la mente) in tutti i fenomeni e in tutti i processi. Negli studi e nei comportamenti successivi si sarebbe dovuto tener conto che si stava trattando sempre con entità miste di mente-materia, ormai inscindibili’ [brano dell’articolo in questione riportato dal commentatore stesso, N.d.A.].

Basta questo incipit a far passare la voglia di leggere il resto (cosa che comunque ho fatto, vincendo la naturale repulsione). Parole in libertà. Non c’è niente di male; adoro il nonsense, e alcune delle fantasie linguistiche dei futuristi erano gradevoli, nel loro delirio. Ma se si vuole parlare di scienza, e di fisica quantistica in particolare, sarebbe bene avere una sia pur vaga idea di ciò di cui si sta parlando. Pare però che il fascino esercitato dall’idea che si possa contrapporre il “nuovo paradigma” della fisica quantica alla obsoleta prospettiva “cartesiano newtoniana” della “scienza ufficiale” sia troppo potente per perdere tempo a studiare. Mi limito a far notare che da circa cent’anni a questa parte la fisica quantistica È la “scienza ufficiale”. Ma che te lo dico a fare”.

Se avessimo seguito la bandiera della ragione, e non quella del razionalismo, non ci troveremmo oggi costretti a doverla issare sul pennone affinché proprio loro, i razionalisti, si avvedano che le mappe che hanno realizzato e seguito non solo non sono il territorio, ma lo stravolgono oltremodo.

 

Campi chiusi e campi aperti

La concezione meccanicistica del mondo non è la sola possibile. Non è che una parte – non disponibile in percentuale fissa, ma solo circostanziale – di quanto l’uomo è in grado di esprimere o elaborare. La ragione è infatti in grado di vedere anche le linee non euclidee che si aggirano nella mente degli uomini. È in grado di vedere che senza relazione non esiste il mondo. Può ritenere che altre visioni contengano verità e non siano meno opportune di quelle protocollabili della concezione razionalista. Può rifiutare che il benessere e il progresso vengano compressi in risibili categorie autoreferenziali.

Non c’è libretto di istruzioni che tenga, quando il campo della relazione non è condiviso, cioè chiuso. Quest’ultimo è un territorio dove l’equivoco non ha terreno per fiorire, il pensiero diviene unico e la creatività si irreggimenta. Sostenere che la realtà è nella relazione è sostenere un’emozione differente rispetto a quella dominante che la considera “oggettiva”. Questa tuttavia è idonea a descrivere quanto avviene in un campo chiuso. È necessario ricordare che la definizione stessa ne crea uno, univocamente definito e condiviso tra le parti di un’interlocuzione. Ciò sottintende che si necessita dell’uso del linguaggio logico-razionale, a sua volta espressione della concezione materialista del mondo.

Campo chiuso, quindi, allude a una relazione simmetrica (emozione condivisa) nei confronti dell’oggetto concettuale o materiale in questione. Una relazione asimmetrica implica invece un campo aperto, territorio dove le emozioni sono individuali, non riconosciute e implicitamente non condivise.

Il campo chiuso è ben rappresentato da un gioco. Il calcio e la briscola ne sono due esempi, nella misura in cui i giocatori intendono che ogni affermazione da loro compiuta è riconosciuta e condivisa dalle parti. Ma insieme ai giochi c’è altro. Campo chiuso è la ricerca scientifica, i contesti amministrativi, il linguaggio radicalmente condiviso e colto nelle sue accezioni, senza spazio per gli equivoci, come quello matematico e quello grammaticale. O anche certi contesti umani, come quello della complicità. In ognuno di questi, chi vuole giocare deve conoscere le regole che lo definiscono e rispettarle, pena l’esclusione o la sanzione. La realtà diviene oggettiva, unica per tutte le parti in causa. Basta non capire il fuorigioco per essere esclusi dal dialogo del gioco.

La configurazione del campo aperto è invece ben rappresentata dalla comunicazione spontanea, terreno in cui, alla faccia di chi ritiene che l’affermazione sia comunicazione, l’equivoco regna sovrano, finché le parti non riferiscono pari livello, prospettiva, intento, motivazione, bisogno, cioè finché il campo non si chiude.

Già Paul Watzlawick (12), Heinz von Foerster (13) ed Ernst von Glasersfeld (14) avevano fatto presente che ogni osservatore del reale ne comporta una narrazione personale. Una considerazione banale a ben guardare – con ragione –, ma ancora senza fioritura nelle culture razionaliste del mondo. Ancora assente nel fare ordinario degli uomini, anche se in qualche contesto, didattico, psicomotorio e psicoterapeutico, nella Pnei (psiconeuroendocrinoimmunologia), in qualche sospiro della medicina e della pedagogia, essa è ben sbocciata. (Non perdo però l’occasione di colpevolizzare i relativi esperti che, a mio parere, non si adoperano come penso dovrebbero per contaminare il pensare comune e sottrarlo così alle limitanti dinamiche egoiche di fondo).

 

“È assai probabile che la realtà sia quella che noi rendiamo tale o, per dirla con le parole di Amleto, ‘… non v’è nulla di buono o di cattivo, che il pensiero non renda tale’. Noi possiamo soltanto congetturare che alla radice di questi conflitti di punteggiatura ci sia la convinzione, saldamente radicata e di solito indiscussa, che esista soltanto una realtà, il mondo come lo vedo io, e che ogni opinione diversa dalla mia dipenda necessariamente dalla irrazionalità dell’altro o dalla sua mancanza di buona volontà” (15).

 

“Coloro che decidono di essere osservatori di un universo indipendente, e ci riferiscono i risultati delle loro osservazioni, ci forniscono il vasto campo del sapere ortodosso. Il potere di questa posizione è la fiducia nelle capacità di descrivere in modo definitivo e inequivocabile l’unicità dell’universo — VERITÀ — e di descrivere questo universo senza che le caratteristiche proprie dell’osservatore entrino a far parte delle sue osservazioni — OGGETTIVITÀ —. Le nozioni di Verità e di Oggettività garantiscono la popolarità di questa posizione: la prima promuove autorità — È come io ho detto —, la seconda toglie responsabilità — Te l’ho riferito così come è. Inoltre, separandosi dall’universo, ci si separa anche dagli altri” (16).

 

“[…] finché parlo a me stesso, il mio linguaggio è denotativo, nel senso che mi riferisco a cose che stanno nel mio campo esperienziale e che posso quindi rapportare a parole. Se gli altri mi parlano, questi altri stanno sì nel mio campo esperienziale, ma ciò di cui parlano sta nel loro campo esperienziale ed è per me inaccessibile” (17).

 

Universi diversi

La nota affermazione che siamo universi diversi torna utile. Essa dice un’ovvietà a chi ha integrato nelle sue consapevolezze quanto precisato da Watzlawick, e un’assurdità per coloro che ritengono il sapere un accumulo di dati cognitivi esterni a noi, ignorando che la conoscenza è già in noi, per coloro che hanno prevaricato la vita con lo studio e le interpretazioni.

Universi diversi significa che ogni osservatore dispone del proprio e solo a esso fa riferimento, tranne che in contesto chiuso, dove le parti che dialogano condividono tutto ciò che comporta scambio e comunicazione. Significa anche che l’esperienza non è trasmissibile. L’ottusità determinata dal fideismo razionalista fa credere che un’adeguata dialettica permetta il transito dell’esperienza. Ciò appare possibile quando un’affermazione è pronunciata in modo adeguato all’interlocutore, il quale però deve essere soltanto un gradino indietro, dunque pronto a riconoscere il messaggio. Diversamente, saremmo saggi da millenni. È proprio la consapevolezza di ciò che permette di riconoscere la nostra permanente parzialità di prospettiva, e conseguentemente di superare le differenze formali della storia. Essa ci mostra dove è realmente posato il nostro punto di attenzione e, a mezzo dell’empatia, anche dell’altro. Punto di attenzione ed emozione si mantengono e generano simbioticamente. Contemporaneamente, sono due cose che, come l’uovo e la gallina, rappresentano esempi di collasso del sistema logico.

 

“Ma la situazione cambia completamente se riguardiamo le proprietà come generate dalle nostre definizioni” (18).

 

È questo il significato di universi diversi, di campo aperto, di impossibilità di determinazione. Quando, come ordinariamente accade, l’affermazione logico-razionalmente ben formulata è creduta latrice di comunicazione, ci si trova a intendere l’interlocutore come identico a noi, come se il suo universo corrispondesse al nostro. Una conseguenza sociale che ne deriva riguarda il dogma della meritocrazia, affilata lama culturale per escludere gran parte del genio non uniformato degli uomini.

Emancipandosi dall’incantesimo del mondo oggettivo, diventa facile osservare come tutti accettiamo quanto non comporta squilibri e rifiutiamo ciò che stravolge la nostra stabilità. È una consapevolezza ordinaria a mezzo dell’ascolto e dell’empatia. Ma questa non si incarna in noi, finché prevarichiamo l’altro con il nostro giudizio di valore, come se la nostra unità di misura fosse la sola valida a concepire la realtà. Finché non diveniamo disponibili a riconoscere il suo universo. Finché non siamo all’altezza di vedere che in campo aperto non c’è una sola verità. Finché non sostituiamo l’idea che una cosa sia vera o falsa con quella che ci impone di chiederci in quali termini lo sia. Finché non viviamo la medesima emozione dell’altro. Solo allora ci si para davanti il medesimo mondo, solo allora il dialogo avviene, l’unità si compie, il credito si realizza. Empatia non è dunque limitato all’approssimativo ascolto delle ragioni altrui e riconoscimento del loro diritto di essere; questa è cosa razionale, ideologica.

Nella sua ricerca, Gregory Bateson (19) aveva riconosciuto nella metafora il potere della comunicazione. Non è una semplice novità, ammesso che mille altri prima di lui non fossero arrivati alla medesima osservazione. Non semplice, in quanto inficia il dogma celebrato sull’altare della logica. La comunicazione si sposta superando i vuoti tra emittenti e destinati, correndo su ponti emozionali. Non solo. L’èureka che succede in noi quando essa avviene non è pregno della sensazione di aver appreso dall’esterno ma, all’opposto, di aver scoperto al nostro interno la prospettiva per illuminare uno dei mille sottoscala di noi stessi.

 

“[…] l’amore è basato sulla metafora, una metafora a tre termini che lega il sé, l’altro e il sé più l’altro, e usa questa scoperta per asserire il valore della relazione, oltre che il valore del sé e dell’altro” (20).

 

Metafora, emozione e comunicazione sono una trinità di tipo magico. Se in contesto logico-razionale il rischio della miglior comunicazione tende a verificarsi a mezzo dell’accredito dato all’emittente del messaggio – modalità in cui però sussiste anche il rischio di un’adesione ideologica, dunque di una comprensione superficiale, limitata alla dimensione intellettual-cognitiva –, in quello alogico-emozionale-metaforico, che non comporta una comprensione cognitiva, ma una ricreazione personale, non un concetto condiviso, ma carnalmente ricreato, l’accredito nei confronti dell’emittente può anche mancare del tutto. Dunque, a mezzo della metafora, possiamo disporre di un aggiornamento di noi stessi, emancipati dalle consuetudini dell’ordinato filo rosso predisposto dalla nostra stessa biografia, il nostro inconsapevole oracolo di fiducia.

Senza tale disponibilità, il muro eretto dalle nostre credenze resta senza feritoie e aperture verso il mondo dell’altro. Pretesto necessario per abortire ogni evoluzione individuale verso l’armonia. Le nostre abitudini ci costringono a una ridondanza intorno al perno del sapere cognitivo, il più superficiale. Nient’altro che un vero baluardo contro la presa di coscienza che la nostra evoluzione, il nostro benessere e la nostra armonia non ne hanno alcun bisogno. Contro la consapevolezza che è proprio quel cumulo di dati a tenerci lontani dalla nostra realizzazione. Una meta che non si raggiunge percorrendo sentieri tecnici, ma solo quelli con un cuore, alla Castaneda. Come altro intendere sennò la sicumera di quella medicina capace solo di reprimere sintomi e – Pnei a parte – neppure tentare di rivisitare se stessa, prendere coscienza della sua superficialità e del suo danno e adoperarsi per concepire l’uomo come generatore della propria condizione e rinnegare l’idea meccanicista?

Così riconoscendo, l’universo non è più materia inerte e la realtà non è più una catasta di dati, tra loro separati dal vuoto. Dunque, l’idolatria del codice genetico per esempio, nel quale ci sarebbe scritto tutto di ognuno – roba da calcolatore elettronico e, fino a pochi anni fa, grande cavallo di battaglia della scienza scientista –, non sarebbe divenuta perno e vincolo del pensiero della ricerca medica – l’avvento dell’epigenetica lo conferma –, se la superstizione dell’uomo-macchina non si fosse impossessata della creatività, costringendola a muoversi entro paletti arrogantemente e autoreferenzialmente conficcati nel pensiero.

 

La realtà è nella relazione

Riconoscere la verità del campo aperto è anche vedere che la realtà non è lì di fronte a noi come un teatro in cui entrare e prendere posto. Piuttosto che essa è nella relazione. Allora il tempo e lo spazio lineari ed euclidei perdono la loro rigidità. Attraverso l’ottica della realtà nella relazione, la motivazione, i bisogni, i sentimenti divengono idonei a svelare quanto sta oltre l’orizzonte scientista che, più di quello che si potrebbe attribuire ai terrapiattisti, comporta un pensiero piatto.

Nella realtà nella relazione, bisogni, emozioni, sentimenti e motivazione stanno alla base del concetto di mente. Mente che altro non è che un’emozione a sua volta, che ci avviluppa obbligando una certa lettura del mondo. Quella che il commento citato ha creduto di poter deridere, come fanno certi con le tradizioni sapienziali magiche.

 

“Non v’è dubbio che l’uomo, materiato di desideri caratterizzati da determinazione, volizione e presunzione, sia legato: quindi, colui il quale è il contrario, è libero. […] ‘L’emancipazione consegue alla distruzione del difetto della determinazione mentale, poiché, invero, è mediante la mente che si vede, è mediante la mente che si ode eccetera. Desiderio, decisione, dubbio, fede, sfiducia, fermezza, stabilità, vergogna, riflessione, timore, tutto ciò null’altro è che modificazione della mente” (21).

 

A quanta miopia ci ha condotto l’incantesimo che la conoscenza sia solo nella scienza meccanicista? Come si può credere che millenni di storia senza tv, videogiochi e anche libri, senza il lavoro a orario aperto/chiuso, senza il diritto e la dedizione al tempo libero, profondo canestro dagli orizzonti modesti, ma solo con l’osservazione, abbiano comportato consapevolezze che solo ora iniziano a essere matematicizzate? È possibile ipotizzare che la comprensione cognitiva, ibernizzata dal dogma della dimostrazione, ha finora impedito che capire non conta niente e che ricreare è necessario? Che diversamente giudichiamo e lì ci fermiamo, rifiutandoci di ampliare la visione? Che è il mondo dell’esploratore a sottrarci da quello del bigotto? Il primo davanti a qualcosa di estraneo non si meraviglia, ma lo assume come fenomeno al pari di quelli che gli erano noti. Mentre il secondo, si sa, è un pezzo unico con i suoi dogmi.

Ma che te lo dico a fare? è la chiosa del commento prima citato. Come se dirlo bastasse a far rinsavire il blasfemo, a trasmettere conoscenza e consapevolezza, a convalidare la scienza meccanicista come intoccabile e unica portatrice di verità. Come se la ragione ci appartenesse. Ma quell’espressione non è che una tra le miriadi, del determinismo scientista, che ingolfa la nostra cultura, occulta e superba gabbia del pensiero, strumento inadeguato alla conoscenza. In quella chiosa c’è tutto il dramma esistenziale possibile. Utilizzare la modalità razionalista, farla corrispondere alla sola lettura del mondo in grado di restituirci conoscenza, impiegarla per dirimere la verità nei campi non condivisi in tutto e per tutto è all’origine del disastro culturale che ci impedisce di andare oltre l’orizzonte per scoprire la metà che manca a noi stessi, con la quale tornare a fare parte del tutto e a riconoscere che la realtà è nella relazione.

 

“Ottant’anni dopo i lavori di Heisenberg e Schroedinger e quarant’anni dopo la pubblicazione del libro di Capra [Il tao della fisica, ndr], ben pochi scienziati hanno accettato intimamente e completamente il fatto che le conseguenze filosofiche della fisica quantistica, o il paradigma che ne consegue, coincidono praticamente con la visione del mondo della filosofia buddhista (e di qualche aspetto del pensiero indù e taoista). In fondo, molti ancora pensano in modo semi-conscio che non è possibile che 2000 anni fa si potessero avere concezioni considerate molto “moderne”. Non riescono a liberarsi dal pregiudizio del progresso, cioè dall’idea “ottocentesca” che l’umanità proceda in un’unica direzione, verso conoscenze sempre maggiori e ‘più vere’” (22).

 

Ogni relazione impone una mente e ogni mente comporta dinamiche proprie. Sono le emozioni che fanno il mondo e la realtà di chi le vive, che ci estraggono dall’immobilità mortifera e ci danno vita. Esse, il sentire, fanno il tempo e la realtà. Fanno conoscenza estetica, quella inammissibile dal monopolio culturale materialista. Fanno poesia, arte, bellezza. Sono loro dietro al “ti amerò per sempre”. Nessun bambino che si immagina astronauta diventerà calzolaio, o avvocato se ha in mente un se stesso pittore. Nessuna realtà tende a verificarsi senza uno spirito, un’idea, una visione che la possa generare nell’evento, come Martin Heidegger (23) ha chiamato il momento in cui questa si realizza, sotto il nostro naso e la nostra sprovvedutezza, tanto che la credevamo lì da sempre. L’evento non è allora che il momento in cui la realtà prende magicamente forma scendendo dal volume, dall’Uno, dall’infinito iperuranico.

Nel conoscere attraverso il sentire, il rabdomante da stupido diviene rispettabile, e dai tre sassi lasciati cadere sul tavolo chi è libero dal conosciuto coglie le forze in campo e pronuncia l’oracolo.

 

“Evento: la luce sicura dell’essenziale permanenza dell’Essere nell’estremo orizzonte dell’intima necessità dell’uomo storico” (24).

 

L’emozione è permanente, non soltanto quella di cui sentiamo lo shock. La normalità stessa è una gabbia emozionale. Accade poi che il tempo si fermi o acceleri, in funzione del dominio emozionale di cui siamo preda.

 

“[…] dove la gravità è più forte, il tempo trascorre più lentamente” (25).

 

Fc&Fq

Le bollicine della conoscenza, anche nella monocultura della scienza classica, forse nient’altro che uno storico passaggio necessario alla presa di coscienza evolutiva, hanno continuato a fermentare e ora, con la fisica quantica, si stanno mostrando a un numero crescente di obnubilati.

La meccanica classica, ottima dottrina per intendere i contesti amministrativi o campi chiusi, fa acqua da tutte le parti in quelli creativi o campi aperti. Fa acqua per chi, come Werner Heisenberg (26) per primo, ne ha riconosciuto le implicazioni filosofiche. Il suo Fisica e filosofia potrebbe bastare al popolo scientista, astemio dell’ebbrezza della realtà come organismo, composta da elementi contigui e interdipendenti, anche quando separati nello spazio e nel tempo e, alla faccia dell’oggettività, disponibili a mutare forma e valore. Il titolo del libro citato, secondo l’ordinaria ottica analitico-meccanicista, farebbe riferimento a due territori di ricerca differenti, la fisica e la filosofia appunto. Ma secondo una concezione olistica, queste non sono che espressione di una sola matrice. Considerarle distinte è fuorviante e misconoscente nei confronti dell’intuizione di base. Ovvero che le cose si muovono e che la nostra descrizione le blocca e le uccide. Niente di male, se ne fossimo al corrente, ma non è così. Ciò che era separato si unisce, ciò che era due diviene Uno, ciò che aveva un significato non lo ha più. Dunque, a chi trova questo discorso piuttosto banale, dovrebbe essere facile riconoscere che l’Uno contiene il due, che come in alto, così in basso è una buona sintesi della realtà, in quanto svela la caducità delle forme e l’identicità della sostanza, che nel particolare risiede il tutto, che la separazione della realtà in sue presunte parti che la comporrebbero, da fondamento della conoscenza, diviene esercizio interessante, valido per il progresso tecnologico, ma risibile per quello umanistico. Ciò che pare appartenere esclusivamente al mondo subatomico è presente invece anche in quello macroscopico. Ciò che è considerato materia è invece anche onda.

Non solo. La fisica quantistica si presta a ben di più. La sua disponibilità a cogliere e vedere il reale secondo la concezione a rete che allude alla contiguità di tutti gli eventi permette di assumerla anche per riconoscere che nel suo discorso e processo il legame con l’origine, col mistero non è più estraneo alla ricerca. I ciarlatani ringraziano.

Appena il popolo scientista poserà gli attrezzi pesanti, utili al pensiero di cui è pregno, e impugnerà quelli sottili, necessari a navigare oltre il confine delle idee convenzionali, non avrà difficoltà ad abbracciare la dimensione magica della realtà, fatta di tendenze, anzi eventualità, e non più di determinazioni. Né a svestirla dalle forme e vederne le energie che la muovono e la creano. Uscirà dalla caverna platonica e si troverà al cospetto di un mondo e un uomo ancora uguali a prima, ma diversamente intesi. Ma non tutto sarà da buttare, una volta trovati i limiti d’impiego e perciò la giusta dimensione della concezione logico-razionalista, valida, insuperabile per il mondo amministrativo e meccanicistico, disastrosa per quello relazionale.

In cosa altro consiste il cambiamento di paradigma rispetto allo scientismo imperante? Quello a cui Heisenberg si riferiva con queste parole:

 

“[…] han cominciato a spostarsi gli stessi fondamenti della fisica; […] questo spostamento ha prodotto la sensazione che ci sarebbe stato tolto da sotto i piedi, ad opera della scienza, il terreno stesso su cui poggiavamo. Nello stesso tempo questa reazione significa probabilmente che non si è trovato ancora il linguaggio idoneo per dare espressione alla nuova situazione […]” (27).

 

“La fisica classica partiva dalla convinzione o si direbbe meglio dall’illusione – che noi potessimo descrivere il mondo, o almeno delle parti di esso, senza alcun riferimento a noi stessi” (28).

 

Quello che in molti, Cristo non ultimo – chiaramente tutti ciarlatani –, in mille modi da millenni ci avevano fatto presente. La rivoluzione di paradigma dispone delle chiavi per aprire gli accessi alla pietra filosofale, per di vedere il carattere magico del reale e recuperare la sapienza magica, quella che ora la fisica quantica ha sintetizzato in linguaggio matematico e di cui ha formulato i concetti.

Consapevoli di quanto sopra, pensieri, posizioni e commenti quale quello prima citato, votati alla derisione di quanto non intendono, tenderanno a venire meno. Mentre coloro che si interrogheranno, ponendo al centro in quali termini sia possibile quanto si legge nell’articolo commentato, tenderanno ad aumentare. E così nuove linee di ricerca invaderanno la creatività. Nuovi sincretismi andranno a convergere; le espressioni utilizzate per tentare di descrivere l’intero usando le parti si mostreranno nella loro solo formale differenza; gli artisti e gli scienziati, come in più occasioni Pablo Picasso, Fernando Pessoa, Johann Wolfgang von Goethe, Walt Withman, Mark Rothko, Albert Einstein e tanti altri hanno già fatto, si avvedranno di essere fratelli di sangue.

In tutto ciò, è presente e implicita la questione dell’io e del sé. Come l’io allude alla separazione, ed è emblema del materialismo e della relativa discendenza, così il sé all’Uno non scomponibile, che diviene ora accessibile affinché le sirene formali, geniali incantatrici dell’io, possano essere tenute a bada e lasciare a ognuno il tempo di riconoscere la propria natura, sola premessa per realizzarsi compiutamente nella storia, per consumare la presenza terrena nel migliore dei benesseri per se stessi e il prossimo, per riconoscere nell’amore la soluzione del conflitto, modalità relazionale costituente dell’io. Il passaggio dall’io al sé non significa non disporre di un’identità storica, di un io appunto, ma semplicemente non identificarsi in esso, prenderne le dovute distanze, osservare come esso sia dominato da forze arimaniche. Dall’io al sé dà quindi anche l’accesso alla lettura fenomenologica del reale, e quindi un’emancipazione da quella ideologica e morale.

Se la parola di colui che ha chiamato principio di indeterminazione l’impossibilità di conoscere contemporaneamente posizione e quantità di moto di una particella subatomica ha un valore, se lo ha l’entanglement, ovvero la contemporaneità di reazione di particelle lontane tra loro attraverso la stimolazione di una delle due, se la presenza di un osservatore nell’esperimento implica l’imprevedibilità del comportamento della particella stessa conta qualcosa; e se dunque il principio di causa-effetto, la possibilità di determinare sempre luogo e quantità di moto di una micro-particella e di un macro-evento, nonché la convinzione che una parte di realtà debba essere estrapolata dal suo contesto ed essere posta sotto il vetrino per poter essere osservata nella sua natura spontanea tendono a venire meno, qualche credito alle rivoluzionarie implicazioni quantiche per il pensiero dovrebbe essere concesso.

 

“Come scrisse Heisenberg: Ciò che osserviamo non è la natura stessa, ma la natura sottoposta al nostro metodo di indagine” (29).

 

Magico allude a una realtà nella relazione mossa da energie sottili, quelle dei pensieri, dei sentimenti, delle emozioni. Una volta liberi dall’egregora del mondo esaurito nella dimensione fisico-meccanica, le affermazioni quantiche divengono filosoficamente disponibili a rappresentare quanto avviene nel mondo sottile, impalpabile, immateriale dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri come energia. Come i sentimenti tendono a generare sempre i soliti pensieri, e le emozioni le solite azioni, si può riconoscere come il tempo sia circolare e reversibile.

 

“[…] una delle più sorprendenti e controintuitive tesi di Kant, vale a dire la parte della sua dottrina del tempo […] [il tempo] esiste solo in un senso relativo. L’entità relativamente alla quale esso esiste, secondo Kant, è il soggetto percipiente o, più precisamente, la sua ‘sensibilità’” (30).

 

Salto quantico

Come quanto viviamo, anche il mondo che descriviamo siamo noi. In questi termini la vita non è che un sogno, un incantesimo alimentato da consuetudini, che soltanto la consapevolezza, ovvero un salto quantico, ci dà occasione di osservare. Gli infatuati dell’igiene fanno esistere i microbi che immaginano, tanto da passare e ripassare lo straccio senza soluzione di continuità. La casa non è mai pulita abbastanza. La pubblicità dei detersivi ce lo conferma. Chi la produce sa bene che le persone ossessionate, sotto incantesimo appunto, presteranno attenzione ai loro slogan sempre più bianchi. A queste non basta dire che stanno buttando tempo, invece di redimersi. Un sortilegio ha potere magico, che se ne frega dell’evidenza razionalmente descritta. Finché un evento non permetterà loro di compiere il salto quantico, in questo caso liberatorio, seguiteranno, oltre che a dannarsi la vita inseguendo cenciosi valori, ad arricchire le multinazionali chimiche. Ma vale anche per quelle alimentari, che la bigotta famiglia da Mulino bianco non manca di celebrare a ogni spesa. Così, se non porti sabbia in macchina sei bravo e sono contento, e se la porti sei un fesso e sono adirato. Così, lo ha detto il telegiornale – a suo tempo, o ancora? – bastava a sancire il vero e discriminarlo dal falso. E un rosario di altri sortilegi ci hanno agguantato la bellezza e la creatività. Essi prosperano, nutrendosi della nostra energia, ma è anch’essa un’evidenza che richiede la sua consapevolezza per mostrarsi ai nostri occhi. Ha bisogno del suo evento heideggeriano, senza il quale altri mondi si aprono a noi.

La consapevolezza che ci apre a nuove realtà non avviene linearmente. In questa misura, può essere considerata alla stregua di un salto quantico, una specie di unione di parti separate che, a mezzo della metafora, possiamo cucire insieme. La metafora arriva dove il discorso logico è impotente, tocca corde che neppure sospettavamo di avere, ci fa risuonare come non credevamo di potere, evoca un mondo per aprirne un altro. L’incontro con essa dunque si avverte chiaramente, in quanto libera in noi un flusso di energia, prima inceppato da nodi detti dogmi, consuetudini, convinzioni, ideologie, identità. Scavalca l’io e arriva a dialogare con il sé.

L’io, che quando è separato dal sé non è che una sorta di buco nero esistenziale, nel quale si è destinati a seguire strade comuni, anonime, insoddisfacenti. Le cui librerie sono colme di idee ridondanti e autoreferenziali, che non possono che combattere tra loro o darsi qualche pacca sulle spalle in caso di condivisione. Ancora una volta dunque, è possibile l’analogia tra dimensione umanista e fisica quantica. La permanenza del conflitto e della sofferenza non sarebbero che dispersioni energetiche, entropie dissolutive che necessariamente conducono alla realizzazione del buco nero, ultimo stadio di vita di una stella. Forse come l’eone Kali Yuga, non è che un passaggio obbligato, un dolore necessario al fine ultimo dell’evoluzione, il buco bianco, come direbbero i fisici. Se il buco nero infatti sta al collasso, alla ridondanza replicativa, alla depressione, all’importanza personale, all’esaltazione dell’io e alla morte, il buco bianco corrisponde alla rinascita, alla fioritura, alla creatività, alla vita, all’arte magica, all’esistenza armonica, consumata in relazione alla propria natura, al proprio sé.

 

“È meglio adempiere il proprio dovere [dharma, N.d.A.], seppure in modo imperfetto, che assumere quello di un altro, anche se per compierlo perfettamente. È meglio fallire o morire compiendo il proprio dovere piuttosto che fare quello degli altri, cosa molto pericolosa” (31).

 

È così che avviene l’evoluzione secondo Gregory Bateson, ma anche secondo Humberto Maturana (32). Evoluzione personale e biologica. Cambio di piano esistenziale e salto quantico sono sinonimi. E se in esso la dimensione logico-razionale non è presente, una volta di più si può intendere in quali termini sia vero che la conoscenza è già in noi. Ma anche questo, con parole loro, era già stato detto dai ciarlatani seminudi, seduti immobili a gambe incrociate sotto la pianta o sul macigno alla bocca del ghiacciaio.

 

“Le emozioni non sono ottundimenti del raziocinio, non sono limitazioni della ragione; le emozioni sono dinamiche corporee che specificano gli ambiti di azioni all’interno dei quali ci muoviamo. Un cambiamento di emozione implica un cambiamento di ambito di azione” (33).

 

Campioni di salto quantico sono l’oracolo e il miracolo. L’affermazione dell’oracolo contiene le forze che muovono il soggetto che lo ha richiesto e induce in esso la via da seguire. Sia il riconoscimento delle forze presenti nel soggetto – paure, interessi, rancori, eccetera –, che la forza induttiva che nel soggetto si innesca, hanno carattere di salto quantico. Siamo infatti recettori, antenne, vibrisse che, quando non imbrattare da idee, giudizi e saperi cognitivi, colgono flussi di forze presenti nel cosmo. Più semplicemente avviene per il miracolo. In sostanza, un cambio di stato, una liberazione da una convinzione, uno svincolo da una certa identità. Nel miracolo, può essere presente anche il necessario per scatenare la creatività necessaria a ricreare elementi fisici, che l’indagine scientifica, o la semplice osservazione, avevano dato per interrotti o assenti. Come del resto accade dall’embrione in poi, secondo un potere presente nella natura. Qualunque razionalizzazione non è che l’ultimo stadio di un processo che si avvia con una visione, un’inseminazione, uno spirito.

Pare dunque legittimo considerare l’atto creativo come il prodotto di un salto quantico, il cui territorio è l’infinito. Così come l’atto replicativo una ridondanza meccanicista, dal limitato campetto di gioco. Nel primo assistiamo a un’evoluzione che ci stacca da quanto eravamo, nel secondo a una ripetizione di quanto già si era.

 

“Ma l’interno non esiste! Non solo per chi si azzardi (come noi) a entrare: ma anche per chi abbia la pazienza di aspettare che l’orizzonte diventi bianco, e permetta a ciò che vi è intrappolato di uscirne” (34).

 

Ecco allora che la fisica quantica permette un accesso per trovare concepibile che l’osservatore generi una certa realtà; che un sentimento è un legame più forte di una gomena, tanto che la sua presenza in noi unisce indipendentemente dalla presenza fisica; che il tempo e la durata sono in funzione di ciò che sentiamo, tanto che nel dolore si allunga fino all’infinito della disperazione e si accorcia e si ferma nella beatitudine dell’innamoramento, della bellezza, della contemplazione; che le emozioni tendono a condurci dove desideriamo – astronauta o falegname –, e il loro avvento ci riporta nel tempo passato, ammiccando alla sua circolarità, illogicità, reversibilità.

Dunque, nelle relazioni umane, sempre tanto cariche di imprevedibilità, quanto il campo è meno stagno, non possiamo dare per certa la determinazione che la logica meccanicista ci induce a credere.

 

“È probabilmente vero in linea di massima che della storia del pensiero umano gli sviluppi più fruttuosi si verificano spesso ai punti d’interferenza tra due diverse linee di pensiero. Queste linee possono avere le loro radici in parti assolutamente diverse della cultura umana, in tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose; perciò, se esse realmente si incontrano, cioè, se vengono a trovarsi in rapporti sufficientemente stretti da dare origine a un’effettiva interazione, si può allora sperare che possano seguire nuovi e interessanti sviluppi” (35).

 

Ma che lo dico a fare?

 

 

Note

  1. Karl Raimund Popper (1902-1994), filosofo ed epistemologo austriaco, naturalizzato britannico.
  2. Kurt Friedrich Gödel (1906-1978), matematico, logico e filosofo austriaco, naturalizzato statunitense.
  3. Ludwig Wittgenstein (1889-1951), filosofo e logico austriaco.
  4. Alfred Korzybski (1879-1950), ingegnere, filosofo e matematico polacco.
  5. “A map is not the territory”. Alfred Korzybski, Science and Sanity. An Introduction to Non-Aristotelian Systems and General Semantics, New York, Institute of General Semantics, 1995, p. 750.
  6. Karl Popper, Conoscenza oggettiva: un punto di vista evoluzionistico.
  7. Kurt Gödel, Scritti scelti, Torino, Bollati Boringhieri, 2011, p. 167.
  8. Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Torino, Einaudi, 1968, p. 81.
  9. “In fact, the whole passage from the aristotelian to non-aristotelian systems depends on this change of attitude from intension to extension, from macroscopic to sub-microscopic orientations, from ‘objective’ to process orientations, from subject-predicate to relational evaluations, etc.”. Alfred Korzybski, Science and Sanity: An Introduction to Non-Aristotelian Systems and General Semantics, Fort Worth (Texas), Institute of General Semantics, 1995, p. lviii. Traduzione a cura di Alexandra Vişan.
  10. https://madagascar-aldo.blogspot.com/2012/.
  11. https://www.youtube.com/watch?v=wPNpWDEGH2o.
  12. Paul Watzlawick (1921-2007), psicologo e filosofo austriaco, naturalizzato statunitense.
  13. Heinz von Foerster (1911-2002), fisico e filosofo austriaco.
  14. Ernst von Glasersfeld (1917-2010), filosofo e cibernetico tedesco.
  15. Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Roma, Astrolabio, 1971, p. 87.
  16. Heinz von Foerster, Attraverso gli occhi dell’altro, Guerini, 1996, pp. 27-28.
  17. Heinz von Foerster, Ernst von Glasersfeld, Come ci si inventa. Storie, buone ragioni ed entusiasmi di due responsabili dell’eresia costruttivista, Roma, Odradek, 2001, p. 165.
  18. Gödel, Scritti scelti cit., p. 19.
  19. Gregory Bateson (1904-1980), antropologo, sociologo e psicologo britannico.
  20. Gregory Bateson, Mary Catherine Bateson, Dove gli angeli esitano, Milano, Adelphi, 1989, p. 288.
  21. Pio Filippani-Ronconi, Upani Antiche e medie, Torino, Bollati Boringhieri, 1968, pp. 590-591.
  22. Guido Dalla Casa, La fisica e l’Oriente, 02.01.2018, https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-fisica-e-l-oriente.
  23. Martin Heidegger (1889-1976), filosofo tedesco.
  24. Martin Heidegger, Contributi alla filosofia (dall’Evento), Milano, Adelphi, 2007, p. 58.
  25. Carlo Rovelli, Buchi bianchi. Dentro l’orizzonte, Milano, Adelphi, 2023, p. 35.
  26. Werner Karl Heisenberg (1901-1976), fisico tedesco.
  27. Werner Heisenberg, Fisica e Filosofia, Milano, Il Saggiatore, 1963, p. 167.
  28. Werner Heisenberg, Fisica e Filosofia, Milano, Il Saggiatore, 1963, p. 60.
  29. Gary Zukav, La danza dei maestri Wu Li. Quando la fisica incontra le filosofie orientali, Milano, Corbaccio, 1995, p. 144.
  30. Kurt Gödel, Scritti scelti, p. 114.
  31. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, La Bhagavad-gītā, Roma, Bhaktivedanta book trust, 1977, pp. 68-69.
  32. Humberto Romesín Maturana (1928-2021), biologo, sociologo, filosofo e psicologo cileno.
  33. Humberto Maturana, Ximena Dávila, Emozioni e linguaggio in educazione e politica, Milano, Elèuthera, 2006, p. 109.
  34. Carlo Rovelli, Buchi bianchi , p. 98.
  35. Werner Heisenberg in Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Milano, Adelphi, 1982.

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