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Femminicidi e violenze di genere: un fenomeno complesso.

 

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22 Novembre 2023 |  Pasquale Martucci

Partendo del recente omicidio di Giulia Cecchettin, e dagli innumerevoli casi di femminicidi e di violenze di genere, l’opinione pubblica è molto colpita da azioni brutali quotidiane commesse dagli uomini sulle donne, al punto che tanti sono gli studiosi che compiono analisi e ricerche per collocare questo fenomeno nella società attuale.

Ho di recente visto il film: C’è ancora domani, di Paola Cortellesi, in cui la protagonista riveste esclusivamente i ruoli di moglie e madre, e tanto basta per definirla. Siamo però in una condizione sociale della metà degli anni quaranta del novecento, con un capofamiglia, capo supremo e padrone, che non perde mai l’occasione per sottolineare i ruoli prestabiliti dalla società, non disdegnando di imporre la violenza sulla moglie. La protagonista spera di liberarsi dal peso di una famiglia patriarcale che la relega in una condizione di silenzio e subordinazione; trova la forza di ribellarsi attraverso un riscatto che si potrebbe concretizzare nella possibilità del diritto al voto, dunque una forma di emancipazione per acquisire con il tempo una parità nel rapporto uomo/donna. Tuttavia, man mano che la donna acquista gli stessi diritti degli uomini, questi ultimi si sentono depredati di quella che è considerata da sempre la loro caratteristica identitaria più importante: la forza. Se prima le donne subivano la forza dell’uomo, ne erano assoggettate e non avevano mezzi per difendersi, oggi tale forza è sempre più contrastata attraverso: la voglia di libertà; le parole che superano il silenzio; il libero arbitrio che soppianta la subordinazione.

 

Questi cambiamenti generano nell’uomo un forte sentimento di paura: abbandonare i vecchi valori è un processo lungo e difficile. Dunque l’uomo, che si rende attore di violenza, ha paura della donna, perché la sente contrapposta al suo mondo e alla sua ideologia, e ciò lo spinge a considerarla come un pericolo per la sua identità.

 

Si deve riflettere sulla crisi del principio di autorità e sui suoi effetti nelle società contemporanee: da una parte, ci sono istanze femminili che sostengono la spinta all’emancipazione, dall’altra la dissoluzione della figura maschile. Massimo Recalcati nel suo libro: “L’uomo senza inconscio” (Cortina, 2009), afferma che il soggetto iper-moderno appare come smarrito, senza centro, dominato dalla spinta compulsiva a un godimento solitario, narcisistico e cinico, che esclude lo scambio simbolico con l’Altro. Sostiene che nel processo mentale che precede la violenza s’impone la considerazione dell’evaporazione della funzione del padre, ed allora l’amore diventa un desiderio senza legge, una spinta a prendere tutto e subito senza orizzonte. Per questo è da attivare un’educazione al rischio che l’amore porta con sé: il rifiuto e l’abbandono.

 

Per l’ISTAT il femminicidio rappresenta una parte preponderante degli omicidi di donne, con la caratteristica della maturazione in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali. Nell’ordinamento italiano ci sono numerose leggi che disciplinano la violenza sulle donne ed introducono azioni di contrasto e prevenzione, individuando varie categorie di condotte criminose. Nel contesto europeo, Convenzioni e Direttive pongono le basi per una lotta contro il femminicidio, attraverso misure volte a prevenire, perseguire la violenza di genere, garantire la protezione delle donne e delle vittime, nonché perseguire i responsabili.

 

Nonostante leggi e misure detentive particolarmente gravi, il fenomeno dilaga e non accenna ad arrestarsi. Tutto ciò fa riflettere sul fatto che il femminicidio è un problema sociale complesso che richiede un approccio multidimensionale. Oltre alle misure legislative, è fondamentale promuovere una cultura di uguaglianza di genere, sensibilizzare l’opinione pubblica, fornire supporto e protezione alle vittime, nonché garantire l’adeguata formazione delle forze dell’ordine e degli operatori sanitari per riconoscere e affrontare il problema in modo efficace.

 

Ci sono limiti nell’individuare la complessità del fenomeno, che si manifestano a seconda dell’attitudine dei professionisti che si occupano di queste questioni, con punti di vista spesso antitetici che producono molta confusione.

 

Alessandro Barbano (Il femminicidio, l’allarme sociale e le soluzioni inutili, in: https://www.huffingtonpost.it, 09 Dicembre 2021) ha rilevato che da circa trent’anni il discorso pubblico racconta e sfida il fenomeno secondo coordinate univoche: aumento dell’allarme sociale, inasprimento penale, crescente adozione di misure cautelari per proteggere le donne. L’unica risposta certa di cui disponiamo è che la violenza ha quale un responsabile il maschio adulto. Gli studi sul fenomeno, sulla base dei quali vengono assunte decisioni politiche, sono assemblaggi di migliaia di dati Istat, che spesso sono utilizzati per classificare, con una logica burocratica o investigativa, non per capire. Sappiamo che il teatro dell’omicidio è diventato la famiglia e la rete delle relazioni affettive, anche se non sappiamo però che ruolo e che peso abbiano il livello culturale, i modelli educativi, la condizione lavorativa, il disagio psichico di carnefici e vittime. Manca un’indagine interdisciplinare, che identifichi le cause profonde e risponda a domande eluse nella nostra sfera pubblica. Siamo una società dove gli psicologi, e aggiungerei i sociologi, sono considerati professioni inutili, eppure sono proprio questi studiosi a raccontare ciò che non si vuole vedere.

 

C’è comunque da considerare l’aspetto culturale e sociale delle attuali società, quelle occidentali per intendersi, con le forme di capitalismo, liberismo, consumismo che determinano una società individualistica e forse eccessivamente competitiva. Poi c’è la precarietà di un mondo che colpisce tutti, in cui i bisogni spesso sono insoddisfatti; anche questo è però legato alle condizioni, diciamo così, del modello socio-economico vigente.

 

La prima ad adoperare il termine femminicidio fu Marcela Lagarde, un’antropologa messicana studiosa della condizione femminile, che volle indicare la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna in quanto tale, inserendosi in un’ideologia patriarcale che considera la donna subordinata all’uomo. La violenza e l’omicidio implicano una responsabilità sociale di questo modello, riconducibile a quella che è definita una mascolinità tossica: l’uomo considera la donna come un oggetto privo di identità e di autonomia, privo del diritto di essere considerato un essere umano.

 

Fino a non troppi anni fa, gli episodi di femminicidio erano legati ad uno o più dei seguenti fattori: un grado di scolarizzazione basso; alle violenze che l’uomo ha subito o a cui ha assistito durante la sua infanzia; alla concezione che c’è disparità di genere tra uomo e donna; all’accettazione che la violenza e il ricorso alla stessa è una questione culturale. Aggiungerei ad essi, altri elementi legati alle condizioni della famiglia e della società in genere, dal momento che molti dei fattori culturali e legati al livello di istruzione si sono attenuati. Ad ogni modo, c’è una percezione idealizzata e distorta della relazione tra i sessi. Probabilmente è importante anche considerare l’elemento di soggettivazione, e dunque di autonomia e individuazione, che è molto differente tra uomo e donna: quest’ultima partendo da una condizione subordinata evolve e dunque conquista con il passar del tempo una funzione sociale più elevata.

 

In letteratura ci sono diverse le ipotesi sulle cause del femminicidio. Partiamo da quella antropologica: l’uomo, nel corso dei millenni, ha esercitato un predominio sulla donna e vorrebbe continuare a farlo anche oggi, nonostante i costumi sociali profondamente mutati. Un’altra ipotesi presuppone che l’uomo, in un’epoca di forti cambiamenti sociali, in cui si sviluppa una maggiore dignità ed autonomia della donna, non accetterebbe tutto ciò e agirebbe spinto dalla rabbia e dal rancore per il potere perduto, tentando di riacquistare l’atteggiamento di controllo e di potere. Altre formulazioni sono l’attaccamento e la non accettazione della perdita del possesso. Stando alle statistiche, infatti, molti delitti sono commessi da uomini che non accettano la fine di una relazione e non riescono a metabolizzare psichicamente il dato incontroverso di non poter disporre più della vita e dell’esistenza di una donna, con la quale hanno avuto un lungo ed intenso rapporto. Ci sono ipotesi di soggetti patologicamente invasati di una donna, tanto da sviluppare una polarizzazione affettiva intensa e abnorme nei confronti della stessa e, non potendo riuscire nell’intento, preferiscono l’omicidio all’ipotesi alternativa di una relazione con un altro.

 

Viviamo in una società apparentemente civile, avanzata, ricca, ma di fatto, nella quotidianità viviamo un malessere profondo a causa di una realtà che non corrisponde affatto all’immagine di un benessere che non esiste. Il vivere in questo tipo di società sembrerebbe apparentemente far intravedere una donna il cui ruolo è visto come antagonista rispetto all’uomo, all’interno di un quadro di divisione e non di complementarietà. Al contrario, l’uomo si è visto ridurre lo spazio di potere, ed allora potrebbe offrire risposte violente, o in qualche caso autolesionistiche, per cercare di ripristinare quel suo ruolo.

 

In genere l’uomo agisce con violenza in modo proporzionale rispetto alla minaccia, anche solo percepita, di perdita del suo oggetto d’amore. Margaret Elbow descrive quattro tipi di aggressore: 1) chi controlla temendo la perdita della propria autorità e del proprio dominio in famiglia; 2) chi è incapace di concepire l’autonomia altrui e sceglie donne ridotte in uno stato di dipendenza; 3) chi cerca bisogno di un continuo rinforzo di autostima dall’esterno e si abbandona a reazioni rabbiose in caso di critica; 4) chi cerca nei fatti un rapporto fusionale con la donna.

 

Dalle analisi che negli anni si sono succedute a proposito di femminicidio, emerge un profilo “primitivo” circa le modalità dell’omicidio, con ammazzamenti a seguito di colluttazioni corpo-a-corpo in cui l’uomo sfoga una rabbia inaudita. L’arma prevalentemente utilizzata è il coltello, che richiama all’ambito domestico, all’uso del mezzo che si trova più a portata di mano nel momento del raptus, la rabbia che, se mal gestita, diventa pericolosa socialmente.

 

Tra queste posizioni si sta sviluppando un’autocritica da parte dei maschi. Lo scrittore Francesco Piccolo sostiene che non esiste il maschio progressista, perché in fondo ci somigliamo tutti nelle caratteristiche fondamentali e perché ogni maschio nella sua vita ha commesso una qualche forma di violenza, anche lieve, nei confronti delle donne. Sostiene che quanto più al maschio verranno sottratte arroganza e supremazia, sicurezza e predominio, tanto più si sentirà fragile; e quanto più si sentirà fragile, tanto più combatterà disperatamente. Le regole sono cambiate, ma per cambiare gli uomini ci vuole un sacco di tempo.

 

Quali sono allora le possibili soluzioni al femminicidio?

 

Esse necessitano di un approccio che coinvolga vari professionisti e, al di là di enunciati e disposizioni normative inapplicabili, produca investimenti nell’istruzione e nell’educazione, nella sensibilizzazione verso l’uguaglianza di genere, nel rispetto e condivisione del problema.

 

Rilevante è il sostegno psicologico sia agli aggressori sia alle vittime: gli uomini violenti devono accedere a programmi di riabilitazione per affrontare le cause profonde dei loro comportamenti violenti, anche perché in alcuni casi gli uomini che uccidono le donne hanno disturbi mentali, ovvero disturbi del controllo degli impulsi, difficoltà a controllare la rabbia e a gestire le emozioni.

 

L’emancipazione economica della donna nei confronti dell’uomo passa anche attraverso l’incoraggiamento a denunciare e segnalare i comportamenti violenti, richiedendo aiuto quando si colgono i segnali di rapporti disfunzionali nelle relazioni affettive. Gli uomini, padri, fratelli, amici, devono assumersi le loro responsabilità, comprendendo che un rapporto affettivo ha senso se dentro la coppia ciascuno è più forte e più libero, se insieme si trova la forza e il coraggio di fare, se gli orizzonti si ampliano per entrambi. Occorre accettare che l’altro/l’altra faccia le sue scelte, dando la sicurezza di esserci anche se quelle scelte potrebbero allontanare l’uno dall’altra. Questo è l’amore, il resto è solo dipendenza e possesso.

 

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