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Eleonora Duse da Taranto alla Medea di Corrado Alvaro. Un viaggio nel mito

Marilena Cavallo

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Fu la grecità a legare il tragico al personaggio in Eleonora Duse, la quale
recitò anche a Taranto. Era il 1895. Successivamente venne fondato anche un circolo dedicato alla Divina. Taranto vide la presenza di Irma e Emma Grammatica. Un’altra presenza importante fu Marco Praga, molto amico di Eleonora. Ma la città dei Due Mari conobbe una importante storia teatrale soprattutto con Cesare Giulio Viola che ha lavorato con il siciliano Turi Vasile.
Credo che Eleonora resti un riferimento non solo nella cultura teatrale tra fine Ottocento e i primi 24 anni del Novecento. Resta centrale nei processi letterari che hanno caratterizzato gli intrecci tra le varie arti.
Faccio un esempio. Il modello tragico che cerca nel mito il senso della parola nella lentezza malinconica della gestualità ha condizionato anche Corrado Alvaro nella sua “Medea”. Alvaro conosceva molto bene la “posa” del dolore di Eleonora.
Se si osserva con attenzione nello spartito dialogante della Medea alvariana si nota immediatamente che il tratto del passo e le pause sembrano dettate da una eredità interpretava che richiama chiaramente alla visione della metodologia scenica di Eleonora.
Il tempo che diventa spazio-tempo in Alvaro nasce dal personaggio lentezza-silenzio che ha portato sulla scena proprio Eleonora. Soprattutto quando interpretava cinematograficamente il romanzo di Grazia Deledda, ovvero “Cenere”. Una madre che porta sulle braccia la tragicità della morte.
Alvaro entra nel teatro proprio per rappresentare l’interpretazione del senso del dolore di una madre e lo fa con una meticolosa profonda grecità. Ma Alvaro era, d’altronde, uno studioso di Luigi Pirandello nel quale aveva spesso evidenziato l’interesse per il personaggio che “spacca” gli schemi usuali del teatro ottocentesco. Aspetto molto caro alla stessa Eleonora Duse.
Ad Alvaro, infatti, interessava il mito non tanto da rintracciare nella parola ma nei linguaggi del corpo. E su Pirandello guardava con molta attenzione al ruolo di Marta Abba. Altra significativa “combinazione?.
L’Alvaro che studiava Pirandello era attratto dal d’Annunzio de “La figlia di Iorio”.
Ma è con  “Quella lunga notte di Medea” che Alvaro crea una corrispondenza di metaforiche visioni e immaginari con la Duse e attraverso la sua sensualità dolorante tocca le “sponde” dannunziane del superamento del reale.
Una pagina tutta ancora da scrivere e che certamente andrà scritta. Dopo il volume “Undulna”, Solfanelli editore, seguiranno altri approfondimenti riguardanti la Divina e il tragico mediterraneo. Infatti Rosso di San Secondo parla proprio di Eleonora Duse e il mito.

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