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Avere trent’anni

di Daniele Corasaniti

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Il 2024 sarà l’anno in cui noi nati nel 1994 giungeremo alla meta dei 30 anni, età tradizionalmente associata al definitivo approdo all’età adulta. Mi sono chiesto varie volte come siamo arrivati qui, io e i miei coetanei, quali motori ci hanno mosso e quali ostacoli ci hanno fermato. E mi sono in mente queste cose.
Noi siamo nati in un tempo in cui le ideologie erano finite e sentivamo soltanto gli echi e i ritorni di fiamma di ciò che ormai tutti sapevano si fosse spento. Quando siamo nati noi già da quattro anni la Germania dell’Est e quella dell’Ovest erano una cosa sola e quasi si covava la speranza che il mondo senza ideologie significasse anche un mondo senza guerre.
I nostri genitori, nati tra gli anni 50 e gli anni 70, guardando in tv le immagini delle bombe di Sarajevo, delle guerre in Iugoslavia, dei conflitti in medio-oriente, aprivano le braccia senza saper rispondere ai nostri interrogativi e alle nostre paure, se non constatando che quella speranza di addio alle armi fosse solo un’illusione.
Era il tempo in cui si parlava dell’esigenza di superare alcune lentezze, alcune incertezze, alcune cose che avevano caratterizzato il mondo di prima. Erano anni in cui guardavamo i nostri genitori subire la presenza dei loro genitori che li richiamavano sull’esigenza di non essere insicuri, di non essere fragili. Erano gli anni in cui il fallimento non era ammesso. Erano gli anni in cui la guerra in Italia era finita ormai da tanto tempo, era finito anche il terrorismo degli anni di piombo, Craxi veniva preso con le monetine davanti all’Hotel Raphael ed in Tv si presentava ai nostri occhi e agli occhi di tutta la borghesia italiana l’uomo che garantiva la rivoluzione liberale, siglando il contratto con gli italiani sulla scorta dell’ormai noto: “l’Italia è il Paese che amo”.
Siamo nati in giorni in cui l’OMS aveva eliminato dall’elenco delle malattie l’omosessualità, ma in cui ancora parlare di diversità era difficile e se ne faceva poca esperienza se non nei grandi contesti urbani, dominati dalle tensioni delle istanze ostinate e contrarie della globalizzazione.

Erano gli anni in cui agli educatori erano concessi gli ultimi residuati di disciplina tradizionale e la pedagogia moderna aveva ancora difficoltà a prendere il volo. Erano gli anni dei primi telefoni che ancora non erano smartphone e non sembravano così minacciosi come adesso. Erano gli anni del Gameboy, degli ultimi CD. Era quello il periodo degli accordi di Washington fra Arafat e Rabin con cui Israele e Palestina si riconoscevano reciprocamente davanti all’allora presidente Clinton.
Erano gli anni in cui venivano trasmessi Friends e Pulp Fiction in tv e la sessualità veniva finalmente sdoganata, anche se noi ce ne saremmo accorti molto tempo dopo.
Erano gli anni del patto della crostata, della staffetta e dell’Ulivo e noi già da bambini apprendevamo parole nuove come destra e sinistra, senza capirne il significato. Era il tempo della Lazio campione d’Italia e poi della Roma di Totti e Batistuta.
Le nostre infanzie sono state dominate dal trauma indimenticabile dell’11 settembre, che ci consegnava definitivamente il terrore in cui la civiltà avrebbe vissuto nel nostro avvenire. Era quello il momento in cui i nostri genitori scoprivano che finite le ideologie, rimanevano altri motivi di conflitto nel mondo e noi lo avremmo vissuto ancora a lungo.
Noi siamo la generazione che ha visto in quegli anni per l’ultima volta la lira senza averci mai potuto avere davvero a che fare e non avendo fatto i conti con le differenze fra l’economia del passato e quella di ora. Siamo quei bambini che vedevano il G8 di Genova e non capivano perché la polizia picchiasse ragazzi poco più grandi di noi. Siamo cresciuti in un tempo in cui ci venivano poste delle regole dai nostri genitori, come stare a tavola fin quando rimangono tutti, oppure dare un bacio al nonno o andare a messa la domenica, senza poter capire a quale parametro educativo o relazionale rispondessero certi obblighi. Siamo cresciuti in un tempo in cui si facevano poche domande perché c’erano poche spiegazioni da dare. Siamo cresciuti in un tempo in cui la spontaneità cedeva di fronte alle convenzioni sociali. Vivevamo nel tempo dell’ADSL come lusso e noi che vivevamo nelle periferie di provincia guardavamo alle connessioni di internet come un miraggio. Non conoscevamo ancora amazon e andavamo a fare compere con mamma dal droghiere sotto casa, ma percepivamo già da allora che c’era altro fuori dal mondo. I nostri nonni ci parlavano ancora della monarchia, della guerra, del fascismo e della resistenza e poi ci davano i soldi per andare a comprare il gelato. Erano gli anni dei viaggi in auto con mamma e papà e le canzoni di Branduardi di sottofondo. Era il tempo di Schumacher e degli ultimi anni di Giovanni Paolo II. C’era l’Italia di Calciopoli e c’era l’Italia campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo. C’era tutta Italia al Circomassimo e poi c’era la Juve in serie B.

Negli anni in cui sceglievamo il liceo, Wall Street sarebbe di nuovo crollato con la crisi del subprime e il fallimento della Lehman Brothers e ascoltavamo i nostri genitori preoccupati perché non sapevano se investire sui di noi sarebbe stata una buona idea oppure non fosse meglio, visti i tempi duri, risparmiare ciò che si poteva, come avevano fatti i loro genitori e ancora quelli prima. Era il tempo delle riforme Gelmini e delle proteste contro gli ultimi governi Berlusconi. Era il momento in cui andavamo su MSN, avevamo il blog personale e davamo i primi baci con la lingua, anche se qualcuno diceva già di aver fatto di più e noi lo guardavamo con invidia e rispetto. Erano gli anni del primo presidente nero d’America. Era quello il periodo in cui sulle nostre coste aumentavano di anno in anno i vucumprà e in molti iniziavano a chiedersi se non fossero troppi, questi neri, che ci rubano il lavoro. Era il periodo dei black bloc, del governo Prodi caduto in brandelli, delle privatizzazioni. Erano tutti anni in cui noi ancora guardavamo il mondo, lo commentavamo attraverso i nostri genitori ma non ci sentivamo di dire la nostra. Erano gli anni in cui non c’era già più Sarabanda, ma in TV avevamo iniziato a guardare Bonolis che maneggiava i pacchi e diceva “scavicchi ma non apra”. Era quello il periodo in cui il mondo del terrore di fuori ci consegnava l’esigenza di non turbare la pace della quotidianità conquistata a fatica e che i nostri genitori recriminavano tanto. Era il periodo in cui le compagnie low cost ci facevano vedere il mondo a portata di mano. E quando ancora stavamo a scuola, nei nostri seminari di tanto in tanto apparivano personaggi che ci ribadivano l’esigenza di fare della scuola un luogo dove ci si preparava al lavoro, perché nella vita bisogna lavorare, lavorare, lavorare, e solo in pochi rimanevano dell’idea che bisognasse invece fare della scuola il luogo dove si insegna e si impara a osservare e decodificare il mondo. Era il tempo della crisi, delle crisi, in ogni settore di ogni ambito. La crisi influenzava i mercati, le discussioni sociali, economiche e individuali. La crisi giustificava ogni nostra debolezza interiore. Erano gli anni del terremoto d’Abruzzo. Di David Cameron primo ministro del regno unito. Dell’Italia del Bunga Bunga, delle olgettine, di Ruby Rubacuori. Erano gli anni della guerra in Libia e della primavera araba del 2010 e poi dello spread a 574 punti. Erano gli anni dell’Inter di Mourinho e del triplete. Era il tempo della fine del governo Berlusconi e l’inizio dei governi tecnici.

Erano quegli gli anni in cui molti di noi iniziavamo a frequentare le piazze, i luoghi di conflitto, le associazioni, i partiti. Erano in quei momenti che le idee di molti di noi si venivano a formare insieme alla coscienza civica. Eravamo quelli che chiedevamo ai nostri genitori il conto per l’inquinamento delle strade e iniziavamo ad ammonire mamma o papà se non facevano la raccolta differenziata. Era il tempo in cui cercavamo di piacere alle ragazze con quelli che credevamo essere le nostre qualità. Era il tempo dell’adolescenza in cui rinnegavamo i nostri genitori e attraversavamo una fase da cui avremmo avuto in seguito difficoltà di allontanarci. Era il tempo in cui tutto ci sembrava contro di noi. Erano gli anni dei test di ingresso a medicina e il voto ponderato della maturità. Era l’anno di Magris come traccia di italiano. Erano i giorni in cui mancavano poco ai vent’anni e dovevamo scegliere la strada giusta per noi, salvo poi scoprire poco dopo che c’era sempre modo di tornare indietro in qualche modo. Erano tutti anni in cui guardavamo ancora i film con i nostri genitori e cercavamo nel passato qualche risposta del presente. Siamo vissuti nel tempo in cui non volevamo essere Checco Zalone, ma avevamo paura di diventare come lui. Erano gli anni del vivere come? Comunque, come diceva Villaggio. Erano gli ultimi anni in cui scrivevamo sui dei pezzi di carta che noi da grandi avremmo salvato il mondo e che saremmo diventati chiunque volessimo essere. Erano gli anni in cui non sapevamo chi volevamo essere. Erano i tempi in cui guardavamo con invidia chi sembrava così sicuro di sé nella scelta degli studi universitari. Siamo quelli che chiedevano ai nostri fratelli maggiori un consiglio per poi non ascoltarlo. Siamo quelli che volevano apparire necessariamente diversi dai propri fratelli maggiori ma da cui avevamo sempre bisogno di ritornare. Era quello il periodo in cui credevamo potesse nascere la prima socialdemocrazia della repubblica, salvo poi non vincere le elezioni del 2013. Era il tempo in cui i comici diventavano politici e noi non avevamo più stima delle istituzioni.

Siamo quella generazione che ha iniziato l’università con l’ansia di doverla finire presto per poi iniziare a lavorare e che ha finto di capire che l’unica gara da correre era quella con se stessi. Siamo quelli a cui è stato rimproverato di aver fatto l’università e di non aver iniziato a lavorare subito e ci è stato instillato il dubbio di aver fatto la cosa giusta. Siamo quelli che eravamo in erasmus, oppure pensavano di andarci, mentre a Parigi il terrorismo tornava a far paura con Charlie Hebdo. In quegli anni giravamo ormai assiduamente con gli Iphone, facebook stava già per essere superato da Instagram e sentivamo già che c’erano altri più giovani di noi e questo ci appariva strano. Era il tempo di un po’ di erba ogni tanto, che assaggiavamo con il sapore di qualcosa che sapevano non appartenesse al nostro tempo. Era il tempo del governo Renzi, del giovanilismo come valore e della velocità come strumento. Siamo quelli che ci dicevano sempre essere padroni del futuro ma a cui poi chiedevano sempre di aspettare e di fare la gavetta. Siamo quelli che lavoravamo a pochi euro l’ora in estate, perché dicevano che era tutta gavetta. Siamo quelli choosy e che non hanno voglia di lavorare. Siamo quelli che abbiamo visto la riforma costituzionale del 2016, del basta un sì, eccetera eccetera e cercavamo di capire la complessità delle cose al netto della loro semplificazione con cui i più grandi ce ne parlavano. Siamo quelli che hanno visto Donald Trump salire al potere e visto il ritorno di tempi bui all’orizzonte. Abbiamo preso una laurea, due lauree, il master, la specializzazione, il dottorato e ci hanno detto che non era abbastanza, abbiamo imparato quattro lingue e hanno detto che serve di più, che le competenze devono essere trasversali ma bisogna trovare un settore in cui specializzarsi. Abbiamo visto il mondo frammentato e chiedevamo aiuto ai nostri genitori senza sapere se ce la potevano dare. Siamo quelli che hanno visto la Brexit e i nuovi muri e si sono chiesti che fine avessero fatto le speranze e le illusioni dei loro primi anni di vita.  Abbiamo salutato i nostri nonni e gli abbiamo fatto promesse che sappiamo non rispetteremo. Siamo quelli che abbiamo paura di veder morire i nostri genitori, anche se continuiamo a contestarli. Siamo quelli che durante il COVID abbiamo detto al mondo che era giusto essere fragile e che non bisognava tornare alla normalità perché la normalità è il problema. Siamo quelli che non sanno cos’è la normalità.
In quegli anni, che ormai sono questi anni, abbiamo popolato le sale d’attesa degli studi degli psicologi a cui finalmente ci siamo aperti per sviscerare i rapporti con i nostri padri e per capire se anche noi siamo pronti per essere adulti. In questi anni chiediamo conto a noi stessi di ciò che siamo, ogni notte camminiamo le strade dei posti lontani da dove siamo cresciuti e ci chiediamo se arrivati ai trent’anni siamo nel posto giusto, se stiamo salvando il mondo come abbiamo scritto su quel biglietto quando avevamo diciassette anni, se siamo abbastanza e se un abbastanza esiste.
Siamo quelli dominati dai sensi di colpa e dal timore che non saremo mai pronti a lavorare, sposarsi, fare una famiglia, comprare una casa e farcela. E ancor di più nutriti dal profondo dubbio che tutte queste non siano le cose che ci renderanno felici. Siamo quelli che forse hanno capito che lo scopo di tutto è proprio essere felici e che se in questi trent’anni ancora non abbiamo assaggiato quel pezzo di torta che ci spetta, è ora arrivato il momento di avere la nostra parte.

 

 

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