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Battaglia La Terra Borgese: il critico d’arte su Richard Wagner a 210 anni dalla nascita

Wagner fu grandemente amante degli animali, li adorava tutti, sostenne i loro diritti e vilipese la vivisezione; proprio come Paolo Battaglia La Terra Borgese oggi. È forse per questo che il critico d’arte ne parla con particolare ispirazione. Wagner come mai, mai lo avete letto

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POSSEDEVA il dono di far parlare di sé. Era un ometto dalla corporatura più piccola della media, malaticcio, con la testa troppo grossa in confronto del corpo. Aveva i nervi malandati: mettere sulla pelle un indumento meno morbido della seta gli dava un vero tormento. E la sua smania di grandezza ne faceva un mostro di presunzione.

Era convinto di essere uno dei più grandi drammaturghi del mondo, uno dei più grandi pensatori e uno dei più grandi compositori: Shakespeare, Beethoven e Platone riuniti in una sola persona. Era uno dei più snervanti parlatori che siano mai esistiti. Una serata con lui era una serata passata ad ascoltare un monologo. Talvolta era brillante; talvolta terribilmente noioso. L’argomento di conversazione era sempre uno: se stesso.

Aveva la mania d’aver sempre ragione. Il minimo accenno di disaccordo da parte di qualcuno, sul punto più insignificante, provocava un’arringa che durava per ore, nella quale dimostrava di esser nel giusto in tanti e tanti modi e con tale stancante verbosità che l’ascoltatore, stordito e assordato, finiva col dargli ragione per amor di pace.

Aveva le sue teorie preziose su quasi tutti gli argomenti della Terra: il vegetarianismo, il dramma, la politica, la musica. Per sostenere queste idee non solo scriveva centinaia di opuscoli, di lettere e di libri e li pubblicava – di solito a spese di qualcun altro – ma aveva l’abitudine di leggerli a voce alta per ore e ore ad amici e parenti.

Scriveva opere. E non appena aveva un soggetto, invitava – o meglio convocava – a casa sua una folla di amici per leggerlo ad alta voce. Non per la critica. Per l’applauso. Sonava il pianoforte da compositore, nel significato peggiore di quanto ciò sottintenda. E si metteva al piano davanti a folle d’invitati, tra cui c’erano i più insignì pianisti dell’epoca, e sonava loro, per ore intere … la propria musica. Aveva una voce da compositore. E invitava a casa sua cantanti famosi per cantare loro le sue opere, interpretandone tutte le parti.

Aveva l’equilibrio psichico di un bambino di sei anni. Quando era di malumore, delirava e batteva i piedi a terra, o cadeva in una tristezza da suicida e parlava cupamente della sua intenzione di andare a finire i suoi giorni in Oriente come monaco buddista. Dieci minuti più tardi, se qualcosa lo aveva soddisfatto, si precipitava fuori di casa correndo per il giardino, o saltava su e giù dal divano, oppure si teneva ritto a testa in giù e piedi in alto. Era capace di affliggersi profondamente per la morte di un cagnolino e d’essere tanto spietato da far rabbrividire un imperatore romano.

Mancava quasi del tutto del senso di responsabilità. Non gli venne mai in mente di aver l’obbligo di mantenersi. Era convinto che quest’obbligo spettasse al mondo. Prese denaro in prestito da chiunque: uomini, donne, amici, estranei. Scriveva lettere di sollecitazione a decine e talvolta concedeva alteramente al presunto benefattore il privilegio di contribuire al proprio mantenimento offendendosi a morte se il destinatario declinava l’onore. Non ho trovato traccia che lui abbia mai restituito del denaro a chi non avesse un titolo legale per esigerlo.

Qualsiasi somma avesse fra le mani, la sperperava come un maragià indiano. La semplice previsione di far rappresentare una sua opera bastava a fargli ammucchiare conti su conti per un valore dieci volte superiore a quanto avrebbe potuto ricavare con i diritti d’autore. Pur non avendo il denaro sufficiente a pagare l’affitto, si faceva tappezzare di seta rosa le pareti e il soffitto dello studio. Nessuno saprà mai – lui certo non lo seppe – a quale cifra ammontassero i suoi debiti. Il suo più grande benefattore gli dette una somma equivalente a quasi

otto milioni di euro odierne per pagare i debiti più urgenti in una città, e un anno dopo dovette dargliene altri dieci perché potesse andare a vivere in un’altra città senza finire in carcere per debiti.

In altri campi era altrettanto senza scrupoli. Nella sua vita c’è stata un’interminabile processione di donne. La prima moglie passò 20 anni a perdonargli le infedeltà. La seconda moglie era sposata al suo amico più devoto al quale la portò via. Perfino quando cercava di persuaderla a lasciare il marito, scriveva ad un amico chiedendogli se avesse da proporgli una ricca signora – una qualsiasi ricca signora – da sposare per interesse.

Il suo attaccamento per gli amici dipendeva unicamente dalla loro utilità nei propri riguardi. Non appena gli venivano meno – anche per il semplice rifiuto di un invito a pranzo – li abbandonava. Alla fine della vita gli era rimasto un solo amico che aveva conosciuto già nella maturità. Aveva inoltre l’abilità di farsi dei nemici. Un personaggio di una sua opera era la caricatura di uno dei più autorevoli critici musicali del tempo. Non contento di averlo messo in ridicolo, lo invitò a casa e gli lesse il libretto dell’opera ad alta voce, in presenza degli amici.

Questo mostro era Riccardo Wagner. Tutto quel che ho detto di lui è documentato: potete trovarlo nei giornali dell’epoca, nei rapporti della polizia, nella testimonianza di chi lo conobbe, nelle sue lettere. Ma la cosa più curiosa di questa documentata verità è che non ha la minima importanza. Perché quest’ometto malaticcio, antipatico e affascinante ebbe sempre ragione. Fu uno dei più grandi drammaturghi del mondo; un grande pensatore; uno dei più meravigliosi geni musicali che siano esistiti. Il mondo aveva il dovere di mantenerlo.

Quando pensate a quello che ha scritto – 13 opere e melodrammi, 11 dei quali vengono tuttora rappresentati, otto dei quali sono indiscutibilmente tra i più grandi capolavori melodrammatici del mondo – quando ascoltate quello che ha scritto, i debiti e le angosce che gli altri dovettero sopportare a causa sua non sembrano un gran prezzo. Le donne a cui spezzò il cuore sono morte da tempo; e l’uomo che non poté mai amare altri che se stesso ha fatto loro eterna ammenda, io credo, con Tristano e Isotta. E qualche milione di debiti non è stato un prezzo troppo alto per la Tetralogia.

Ascoltando la musica, voi non lo perdonate per quel che può essere stato. Non si tratta di perdono. Si tratta d’ammutolire dinanzi al miracolo che quel povero cervello e quel povero corpo non siano bruciati nel tormento della demoniaca energia creativa che esisteva in lui, che lottava con le unghie e coi denti per sprigionarsi. Il miracolo è che perfino un grande genio abbia potuto compiere, nel breve spazio di 70 anni, quello che ha compiuto lui. C’è da meravigliarsi che non abbia avuto il tempo di essere un uomo ?

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