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RIFUGIATI: SOLUZIONI D’EMERGENZA CHE DURANO 17 ANNI

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Oggi ognuno dei 68,5 milioni di sfollati nel mondo trascorre in media 17 anni in campi o presso comunità ospitanti, e questo principalmente a causa dell'incertezza che caratterizza conflitti come quelli del Sud Sudan, dell'Afghanistan o della Siria. La comunità internazionale deve trovare soluzioni più durature che vadano oltre  l'obiettivo di "salvare vite umane", che evitino tensioni con le popolazioni ospitanti e ottimizzino il potenziale dei rifugiati all’interno dell'economia e della cultura locale.

NELLE FOTO: Il campo Nguegnyiel si trova nella regione occidentale dell'Etiopia chiamata Gambella, al confine con il Sud Sudan, Paese martoriato dalla guerra. Il campo, aperto nell'ottobre 2016, dopo il riaccendersi delle violenze in Sud Sudan, ospita più di 70.000 rifugiati. 

Milano, 19 giugno 2019. Teloni e plastica come rifugi, distribuzione di alimenti a base di carboidrati, servizi igienici collettivi e strutture igienico-sanitarie di base: queste tipologie di soluzioni rapide consentono di salvare vite umane dopo un massiccio spostamento di popolazione. Ma sono risposte di emergenza progettate per tre, sei mesi, al massimo un anno. Un esempio per tutti è il Libano con 1,1 milioni di rifugiati siriani e la maggior percentuale al mondo di rifugiati: 1 su 4. "Da otto anni distribuiamo acqua con navi cisterna, una soluzione molto costosa. Sarebbe molto più facile aumentare la capacità del sistema idrico pubblico libanese, ma non siamo in grado di offrire questo tipo di soluzioni durature proprio a causa della caratteristica di transitorietà dei rifugiati", ha spiegato da Beirut Beatriz Navarro, Direttrice di Azione contro la Fame in Libano. La comunità dei rifugiati siriani deve fronteggiare proprio in questi giorni un ultimatum che impone di demolire le strutture con più di cinque blocchi di cemento, costruite per affrontare l'inverno in aree come Aarsal, segnato da temperature molto basse. Oggi gran parte di quanti sono in fuga da guerre o persecuzioni sono costretti a dipendere dagli aiuti umanitari per un periodo medio di 17 anni. “Quando si arriva in un campo profughi fuggendo da una guerra il primo sollievo è quello di essere vivo. Ma subito dopo il rifugiato vuole recuperare la propria autonomia, le opportunità personali, il controllo sul proprio futuro... e invece non ha vita facile in un contesto in cui i paesi ci mettono anni a gestire e far fronte alle richieste di asilo", spiega Víctor Velasco, della Squadra d’Emergenza di Azione contro la Fame.

Sfide nutrizionali

Le soluzioni alimentari di emergenza inoltre non garantiscono un quadro di salute nel medio e lungo periodo: "le razioni di cibo distribuite a sfollati e rifugiati spesso sono pensate a sostegno di brevi periodi di tempo e coprono quindi esigenze nutrizionali di base, sotto forma di calorie apportate da carboidrati di cereali o dall’olio vegetale, e manca invece il contributo di micronutrienti che vengono forniti da alimenti come carne, pesce e prodotti freschi”, spiega il Responsabile Salute e Nutrizione di Azione contro la Fame, Antonio Vargas.

Maggior sostegno ai paesi ospitanti

Mentre si stanno attivando i meccanismi per applicare le disposizioni della Convenzione sui Rifugiati, che stabilisce diritti chiari per chi fugge da guerre o persecuzioni, Azione contro la Fame chiede alla comunità internazionale di garantire gli aiuti necessari ai paesi ospitanti. “Non dimentichiamoci che l'85% dei rifugiati si trova in paesi in via di sviluppo come Uganda, Pakistan o Libano, paesi in cui dipendono totalmente dagli aiuti umanitari. Questo supporto non può diminuire finché non saranno possibili i rientri: ci sono troppe vite in gioco” sottolinea Velasco.

 


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