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Perché la muta cantilena del ragazzo che ripete "handicap" non sia un lamento ma un appello ad agire

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di Giuseppe Fioroni

 


 
Siamo davvero diventati così, come ci descrive Shulim Vogelmann nella sua sconvolgente testimonianza apparsa su la Repubblica? Cinici, arroganti, indifferenti, apatici? Incapaci di sentire, di indignarci? E' un ritratto impietoso, certo, quello di un Paese che, quasi inavvertitamente, tra passaggi burocratici e responsabilità puntualmente scaricate su qualcun altro, chissà chi poi, sta mutando pelle. Un'Italia inospitale, non accogliente, che non sorride ma ringhia, che si blinda nelle proprie certezze e si nasconde dietro a un numero. Il caso del ragazzo disabile colto senza biglietto e trattato come una grana di cui sbrigarsi può essere solo un incidente, un episodio isolato, certo. Ma non è isolata l'indifferenza che scorgiamo nei tanti scompartimenti di cui è fatta la nostra vita quotidiana: a scuola, nel lavoro, negli ospedali, per strada, nella vita politica.
Quanto è banale il male che sperimentiamo tutti i giorni: un alzata di spalle, uno sguardo che si abbassa, un ammiccamento gaglioffo. Tassello dopo tassello, questi gesti ci restituiscono un'immagine che non pensavamo ci corrispondesse, e invece ci interpella.
Interpella un governo che, nel campo del welfare, ha saputo solo tagliare servizi essenziali, con una sola priorità: quella di fare cassa. Di chiedere il biglietto. Anche quando di fronte non si trova un problema, ma una persona.
Interpella l'opposizione, quella del Partito Democratico, che proprio perchè ha l'ambizione di parlare a tutto il Paese ha il dovere di proporre, come stiamo cercando di fare, un'alternativa di governo.
Perchè la muta cantilena del ragazzo che ripete "handicap" ai controllori non sia un lamento, ma un appello ad agire. Un invito ad una responsabilità condivisa. Come ci sforziamo di fare in Parlamento sugli assegni familiari, sulla assistenza per chi ha una malattia cronica, sulla accessibilità per le persone con disabilità gravi.
A un esecutivo che si mette al riparo delle sue responsabilità dietro ad uno scudo fiscale, rispondiamo che non ci piace chi chiede solo il conto senza offrire niente in cambio in termini di servizi, prestazioni, opportunità di vita, come diceva un liberale come Ralf Dahrendorf.
Nessuno auspica un ritorno alla spesa allegra e al debito sulle spalle delle generazioni future. Sono stati i governi di centrosinistra a tenere saldo il rigore del bilancio dello Stato.
Ma efficienza non significa egoismo, efficacia non vuol dire mancanza di solidarietà, effettività non è la stessa cosa di irresponsabilità.
Consolare gli afflitti? Certo, in un paese in cui la crisi morde silenziosa le famiglie, i precari, i pensionati, le donne, gli invisibili. Ma anche - come invocava don Tonino Bello - affliggere i consolati. Incalzare chi si sente con la coscienza a posto. Come quei controllori, o quei governi, che si dimenticano la vocazione della cosa pubblica. Come patto e orizzonte condiviso di senso, come agire comune. Verso un Italia che non sia più indifferente, come sull'Eurostar di Vogelmann, ma differente. Davvero.

L'autore è deputato PD e Coordinatore del Forum Welfare PD

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