Privacy Policy politicamentecorretto.com - CEFALONIA L’ULTIMO AFFRONTO

Sezioni

Archivio

Lu Ma Me Gi Ve Sa Do
123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031

Bollettino

Iscriviti alla newsletter: (Settimanale)


  • email Invia un' e-mail ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Add to your del.icio.us del.icio.us
  • Digg this story Digg this



Data ed ora di accesso alla pagina
-

  • email Invia un' e-mail ad un amico
  • print Versione stampabile
  • Add to your del.icio.us del.icio.us
  • Digg this story Digg this

CEFALONIA L’ULTIMO AFFRONTO

Dimensione caratteri Decrease font Enlarge font
image

                       

 

Una banda di anarco-comunisti canta le inesistenti imprese dei ‘BANDITI ACQUI’  
e il settimanale di Acqui si associa…

 

   Nel settimanale ‘L’ANCORA’ n. 48 del 28 dic. 2008 edito ad Acqui è comparso, a firma di Giulio Sardi, l’articolo “L’Album rosso degli Yo Yo Mundi” grondante elogi per il nuovo cd di una banda di suonatori locali -contenente un brano dal titolo ‘Banditi Acqui’- la cui produzione musicale è in linea con i dettami del più becero marxismo, come si rileva nel sito della banda in questione (http://www.yoyomundi.it/yym_it/news_0707.html) il cui leader ‘maximo’ -tale Paolo Archetti Maestri- candidato ‘fisso’ e non ‘eletto’ di Rifondazione Comunista in varie elezioni, sparò a zero contro la nuova giunta eletta ad Acqui nel 2007 e in particolare contro il neo Assessore alla Cultura Carlo Sburlati ‘reo’ di aver compiuto -a suo dire-  una svolta a destra nella gestione del famoso Premio Acqui Storia fino ad allora appannaggio della loggia cattocomunista da sempre imperante ad Acqui.
   Naturalmente tutti  –da Archetti a chi ne tesse le lodi - sono liberi di dire la loro ma, quando si pretende come fa il capo della banda -e non da ieri- di rievocare addirittura  in musica un aspetto dei fatti di Cefalonia del tutto FALSO, consistente nel far passare per ‘resistenza’ contro i tedeschi il comportamento di un migliaio di nostri militari che rimasero invece ‘al loro servizio’ all’indomani della tragica conclusione della vicenda, definendoli per giunta come eroici ‘Banditi Acqui’ che resistettero addirittura sui ‘monti di Cefalonia’, un senso di pena commista a rabbia pervade l’animo di chi - da decenni ricercatore in materia come lo scrivente-  ha accertato in maniera inequivocabile che siamo in presenza di una clamorosa  MENZOGNA cantata dalla banda Archetti con il plauso, per giunta, de L’ANCORA rivelatosi con ciò un giornale del tutto inaffidabile riguardo alla triste vicenda della div. Acqui su cui pretende –forse per l’omonimia con la città- di avere una sorta di primogenitura tanto da tenere una rubrica fissa nel suo sito web (www.lancora.com) che -alla luce degli elogi rivolti agli Yo Yo Mundi- farebbe ben a chiudere invece di ingannare i lettori con l’esaltazione di falsità storiche cantate dalla banda di Archetti.
   Si dà il caso, infatti, che una delle tante menzogne raccontate sui fatti di Cefalonia, sia quella secondo cui dopo la presunta ‘carneficina’ compiuta dai tedeschi, i pochi sopravvissuti avrebbero costituito sull'isola -sotto l'egida dell' "intrepido" capitano Apollonio- una sorta di "Raggruppamento Banditi Acqui" che proseguì la lotta arrecando gravi danni al nemico, fino al giorno della liberazione dell'isola avvenuta circa un anno dopo anche attraverso il loro "determinante" contributo.
  Quanto sopra fa pensare ad una forma di ‘resistenza’ partigiana avutasi nell’isola a base di attentati, rappresaglie e scontri tra i ‘Banditi Acqui’ nascosti magari tra le montagne e le forze germaniche, ma è accertato il fatto che una tale rappresentazione in chiave epica degli eventi successivi alla tragica conclusione della vicenda di Cefalonia sia del tutto FALSA – andando a fare il paio con l’altra relativa all’ incredibile menzogna sul numero dei Caduti- per il semplice motivo che a Cefalonia non ci furono affatto dei “Banditi Acqui” che combatterono contro i tedeschi ma solo un migliaio di militari italiani rimasti al servizio dei tedeschi con a capo il cap. Apollonio addirittura nominato tale da questi ultimi.
   Si trattò in sostanza di un’ incredibile menzogna architettata –dopo la partenza indisturbata dei tedeschi a settembre del 1944 da Cefalonia- dal cap. Apollonio e da alcuni personaggi a lui devoti, con la quale si intese coprire sotto un romantico velo di eroismo l’atteggiamento di vergognoso collaborazionismo tenuto da un migliaio di Superstiti (1286 per l’esattezza) rimasti nell’isola AL SERVIZIO DEI TEDESCHI e auto denominatisi ‘a posteriori’ con la roboante qualifica di ‘BANDITI ACQUI’ mentre al contrario essi non ebbero remore ad accettare di servire  – venendo addirittura inquadrati nelle FFAA della RSI- quegli stessi tedeschi che avevano massacrato poco tempo prima quasi tutti i loro Ufficiali  e molti loro commilitoni anche se non nella misura apocalittica inventata successivamente.
  Della menzogna dei c. d. Banditi Acqui ho scritto ad abundantiam nel mio sito Cefalonia.it, nei miei libri e ultimamente anche nell’articolo sotto riportato in cui ho definito questi ignobili ‘doppiogiochisti’ con il vero nome loro spettante, quello cioè di ‘furbetti di Cefalonia’, smentendo ancora una volta -sulla base di nuovi documenti provenienti, per ironia della sorte, proprio dal Fondo Apollonio- le immonde menzogne che furono alla base di tale vergognosa invenzione http://www.mascellaro.it/web/index.php?page=articolo&CodAmb=0&CodArt=10460
  Per fugare eventuali dubbi in merito a quanto sopra sarà utile ricordare che l’immonda realtà della COLLABORAZIONE con i tedeschi da parte del capitano Apollonio e dei Banditi Acqui, ebbe numerosi testimoni sia greci che italiani e tra questi ultimi chi la riportò in maniera addirittura plastica fu il cap. Amos Pampaloni che del primo era stato compagno di nefandezze in particolare cannoneggiando a tradimento due motozattere tedesche –in periodo di tregua- così accelerando lo  scontro con i tedeschi e la triste conclusione della vicenda che vide i loro destini separarsi essendo egli andato a collaborare con i partigiani comunisti nel continente greco mentre l’Apollonio, rimase a collaborare con i vecchi nemici tedeschi a Cefalonia.
   Su tale incredibile realtà molte e concordanti furono le testimonianze di Pampaloni e di altri rese al Pubblico Ministero Piero Stellacci durante l’Istruttoria del processo dinanzi al Trib. Mil. di Roma del 1956-57 in cui trovasi scritto quanto segue alle pagine 78 e 79 della Requisitoria Finale del 20 marzo 1957 (All. 1 e 2) in relazione all’Apollonio:
  “Il 22 settembre –secondo quel che egli stesso racconta- cadde prigioniero. Il 24 mattina saltando da una finestra della palazzina nella quale era rinchiuso, si mescolò tra i soldati radunati nel sottostante cortile”. (Ma non voleva morire sui cannoni codesto eroe ? nda).
  Più avanti si legge: “Trovò poi rifugio in un ospedale. Qualche giorno dopo, però, si costituì come ufficiale declinando le complete generalità. E, avendo il tenente Rademaker che da più parti viene indicato come uno dei responsabili degli eccidi, richiesto un interprete, fu adibito con tale funzione presso gruppi di prigionieri addetti al recupero di materiali abbandonati.
  Sottoscrisse anche una dichiarazione con la quale si impegnava a non riprendere le armi contro i tedeschi e andò girando con un bracciale recante la scritta “DEUTSCHE KOMMANDANTUR” (con tale fascia lo ricorda il col. Ricci e di essa parla pure il capitano PAMPALONI al quale si deve pure il rilievo che l’Apollonio e i suoi uomini rimasero armati nell’isola: non dunque in veste di prigionieri ma di collaboratori…”.
  Ulteriori conferme furono fornite da Pampaloni nel corso degli anni e tra esse la più nota è costituita dall’intervista rilasciata allo storico tedesco G. Schminck Gustavus che riportiamo di seguito:
  DOMANDA : “Come fu la liberazione ? Si ricorda, quando arrivò la notizia che i tedeschi se ne andavano ? “
  RISPOSTA: “ Noi abbiamo occupato subito Cefalonia. Però, io ero sbarcato sull’isola già un giorno prima dell’arrivo dell’ELAS. Sono arrivato da solo con un compagno greco. AL MOMENTO DELLA LIBERAZIONE A CEFALONIA SI TROVAVANO ANCORA CIRCA 900 ITALIANI AL SERVIZIO DEI TEDESCHI. QUESTI ITALIANI MANOVRAVANO LE ARTIGLIERIE PER I TEDESCHI CHE TENEVANO L’ISOLA. Appena arrivato sono andato in una di queste batterie italiane per parlare coi soldati, per convincerli di passare dalla nostra parte. Infatti sono riuscito a farli venire tutti con noi”. (“La div.Acqui a Cefalonia” Mursia ed. 1993, pag. 255)”
  Se è superfluo dire che i ‘circa 900’ (in realtà 1286) italiani ‘al servizio dei tedeschi’  furono i c. d. ‘Banditi Acqui’ altrettanto non lo è aggiungere che, come al solito, autorevole "reporter" di tale fandonia è il sito dell' ANPI ove, in merito, si leggono delle invereconde balle che si commentano da sole: " ... Molti dei superstiti dell’eccidio si rifugiarono nelle asperità dell’isola e continuarono la resistenza nel ricordo dei compagni trucidati e si costituirono nel raggruppamento Banditi della Acqui, che fino all’abbandono tedesco di Cefalonia si mantenne in contatto con i partigiani greci e con la missione inglese operando azioni di sabotaggio e fornendo preziose informazioni agli alleati".
    Per rendere omaggio a chi mi precedette nella ricerca della verità aggiungo che tale falso storico venne smascherato per primo dal col. Vincenzo Palmieri nel suo libro ‘Quelli delle Jonie e del Pindo’ edito nel 1983 a Firenze che suscitò le ire del capo dei ‘Banditi’ e dei suoi accoliti per essere stati smascherati nel loro tentativo di mettere a tacere, travisandola, la verità che però, dopo un lungo silenzio è tornata di nuovo alla luce grazie alle ricerche del sottoscritto ormai divenute di pubblico dominio al punto che solo i mentitori incalliti –quelli che in varie occasioni definii i ‘Pinocchi marxisti’- si ostinano a non voler accettare.
  Da quanto sopra appare evidente come la fandonia dei ‘BANDITI ACQUI’
(v. http://www.cefalonia.it/LA_BALLATA_DELLA_ACQUI.html) sia stata ideata per mascherare quanto di losco ed incredibile avvenne per circa un anno a Cefalonia dopo la rappresaglia tedesca contro gli Ufficiali della Acqui che furono gli unici a pagare nella quasi totalità le conseguenze degli scellerati comportamenti di alcuni di loro, soprattutto del cap. Apollonio il quale fece fuoco e fiamme contro i tedeschi nel periodo che precedette lo scontro armato e, successivamente, dopo essere uscito illeso dalle fucilazioni degli ufficiali –essendosi travestito da soldato- si mise al loro servizio mentre il suo compare di imprese in negativo, il cap. Pampaloni dopo essere rimasto incolume dai colpi sparatigli dai tedeschi al momento della resa della sua batteria riuscì a scapolarla e si rifugiò presso i partigiani comunisti greci dell’ ELAS ai quali si aggregò volentieri essendo le sue idee collimanti con quelle di quegli assassini il cui ricordo ancora oggi ispira orrore in Grecia..
  Ovviamente quest’ultimo fece –bisogna ammetterlo- miglior figura dell’altro ‘ribelle’ anche perchè nel dopoguerra –essendo al corrente di quanto era avvenuto- si guardò bene dall’associarsi ai peana in onore di Apollonio e dei ‘Banditi Acqui’ ed anzi fu aspramente critico dei loro comportamenti definendoli in più occasioni pubblicamente come ‘collaborazionisti’ dei tedeschi.
  Costoro infatti null’altro fecero se non COLLABORARE come forze ausiliarie –debitamente armate- con i tedeschi per circa un anno dalla fine dei tristi eventi del settembre ’43 e dopo il loro abbandono indisturbato dell’isola circa un anno dopo nel  1944, aderirono di buon grado alla geniale idea del loro Capo di trasformarsi da ‘collaboratori’ dei tedeschi in ‘partigiani’ appartenenti ad una fantomatica unità cui venne dato –ex post- il nome di ‘Raggruppamento Banditi Acqui’ che attraverso le panzane del loro capo si attribuì inesistenti atti di resistenza ai  tedeschi con i quali al contrario esso collaborò al punto che neanche la fantasia di un Emilio Salgari avrebbe potuto ideare di meglio nei suoi avventurosi romanzi.
  Della scandalosa circostanza e della sua postuma esaltazione mi occupai già anni orsono stigmatizzando come inopportuno e vergognoso il fatto che sul Sacrario dei Caduti di Cefalonia si fossero esibiti dei suonatori DICHIARATAMENTE COMUNISTI ED ANARCHICI
(v. http://www.cefalonia.it/Il_BUSINESS_CEFALONIA.html)
ed esaltatori, per giunta, di una vergognosa FALSITA’ come quella dei sedicenti BANDITI ACQUI trasformando in palcoscenico per le loro sacrileghe canzoni un monumento peraltro oggetto, anche in  precedenza, di attenzioni non meno sacrileghe di torme di visitatori dalla scarsa o nulla conoscenza dei fatti ma dal sicuro indottrinamento politico-ideologico derivante dal pensiero ‘unico’ della Sinistra storico-culturale dedita a ricostruire e propagandare i fatti storici non per come accaddero ma per come essa vorrebbe che fossero accaduti. 
  Ma la gravità del caso attuale è che proprio dal settimanale della città di Acqui, da cui prese nome la sventurata Divisione, si è levata ancora una volta un’ammirata voce in favore della banda sopra menzionata con ciò affossandone la residua credibilità in merito alla vicenda di Cefalonia, di cui in esso si pretende di narrare la storia ad opera di un ‘esperto’ invero assai ‘inesperto’ come Giulio Sardi che invito a documentarsi meglio prima di esaltare personaggi che se sanno cantare su temi ‘rossi’ loro congeniali non è detto però che lo sappiano fare anche su Cefalonia in preda -come sono- di un perenne raptus anarco- marxista che, in barba alla verità storica, li ha portati ad esaltare un clamoroso falso come quello degli inesistenti Banditi Acqui.

Massimo Filippini
30 dicembre 2008


 

Invia commento comment Commenti (1 inviato)

  • Inviato in data Gianfranco Ianni, 04 Gennaio, 2009 18:17:56
    In ordine alla vicenda di Cefalonia, e in particolare ai cosiddetti "Banditi della Acqui", l'avvocato Massimo Filippini la racconta per il verso giusto. Infatti, è ormai provato da fonti inoppugnabili che Apollonio e i suoi 1286 "Banditi" collaborarono con i tedeschi. Coloro i quali lo negano, non hanno una opinione, ma sono solo disinformati. Se studiassero un po' di più, non farebbero brutte figure. Gianfranco Ianni