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Giovanna Canzano intervista Giuliano Compagno

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Giovanna Canzano
intervista
GIULIANO COMPAGNO
 
25 Novembre 2007

 …“Chi è figlio di siciliani, come me, nasce senza una patria specifica. Se di Roma si comprende il caotico miscuglio di cinismo e di generosità, ci si vive bene. Oddio, fino a un certo punto, perché la sua volgarità, qualche volta, è insopportabile. Per il resto, Roma rappresenta una base di partenza”… (Giuliano Compagno)

 CANZANO – La Sicilia, la tua terra d’origine e Roma, le tue radici e la tua tradizione che ti è arrivata attraverso i tuoi genitori, che valore hanno nella tua vita?

COMPAGNO – Della Sicilia amo lo stile, ovvero un raffinato uso dei tempi morti, delle pause, delle attese. E' molto siciliano questo vivere in una condizione di transito, percorrendo una sorta di misterioso tragitto che non porta da nessuna parte. Della sicilianità stimo anche la critica distanza dall'isola stessa. Il siciliano è un esule per definizione ma non è un nostalgico. Semmai torna ogni tanto nella sua terra per dimostrare agli altri, ai rimasti, che lui ha saputo allontanarsene. E' una forma di vanitosa emancipazione, la sua.

CANZANO - I tuoi genitori si sono trasferiti a Roma come tanti altri siciliani per il semplice fatto di scoprire una dimensione di vita diversa, o per sfuggire a quello che un giovane avvocato (tuo padre) avrebbe dovuto accettare (mafia) se avesse svolto la sua professione nell’isola?

COMPAGNO – L'una e l'altra cosa. Mio padre, palermitano, era un ragazzo del '24 che si laureava a Roma nel dicembre del 1945, appena ventunenne. Mia madre era una fanciulla del '27 che alla fine della guerra era diplomanda a Messina, figlia di commercianti molto agiati e in iniziale decadenza. Per lui, la prospettiva di essere un "avvocaticchio palemmitano" era troppo angusta, oltre che oggettivamente pericolosa. Per lei Roma era semplicemente un sogno, e siccome era bella potè permettersi il lusso di aspettare il corteggiatore giusto per mettersi lo stretto alle spalle. Direi che l'uno e l'altra furono mossi dall'idea di conquistarsi il loro pezzo di mondo e di libertà. La Roma del decennio dopo la guerra era la città più bella e più felice del mondo.

CANZANO - Parlami invece di tua madre, è stata lei l’artefice della vita a Roma?

COMPAGNO – Lo sono stati entrambi, in maniera diversa. Mi madre ha saputo cogliere subito lo spirito di Roma, la sua vena popolana, la generosità e l'accoglienza che essa regalava a ogni nuovo ospite. E si è integrata a meraviglia, sentendosi al centro della vita. Mio padre era troppo intelligente per non diventare prestissimo un protagonista della società più avanzata. Non parlo del potere ma della società dei saperi. Lui era attratto dal genio e dal talento umani e con esso dall'educazione, dallo stile appunto. Il potere di oggi lui lo disprezzerebbe. I ricconi parvenu lo inorridirebbero. Perché non era ricco, veniva da una famiglia di professionisti, con un padre ingegnere e una madre scrittrice che insieme vissero di belle e grandi idee. Lui crebbe con l'intento di realizzarle. Morì in una sera di ottobre del 2003. pochi giorni dopo la sua memoria venne celebrata dai magistrati del Consiglio di Stato, evento rarissimo per un avvocato. Non lo dico per orgoglio di figlio: è stato uno dei più grandi avvocati italiani del Novecento.

CANZANO – I siciliani che si spostano sul continente, in effetti non abbandonano mai le loro radici…

COMPAGNO – Sì ma nel senso che riescono a reimpiantare altrove quelle stesse radici. Ho parenti ovunque in Italia, tutti siciliani e a loro agio nel nuovo ambiente. Ciò non è diverso dal destino di Pirandello, siciliano a Roma, che nella Capitale aveva esportato una modernissima forma di acutezza.

CANZANO – Roma è una città che non ha una identità specifica, come sei riuscito ad integrarti conciliando la tua meridionalità con la cultura multietnica di Roma?

COMPAGNO – Chi è figlio di siciliani, come me, nasce senza una patria specifica. Se di Roma si comprende il caotico miscuglio di cinismo e di generosità, ci si vive bene. Oddio, fino a un certo punto, perché la sua volgarità, qualche volta, è insopportabile. Per il resto, Roma rappresenta una base di partenza. Da Roma ad altrove si viaggia ottimamente. E poi, quando sei all'estero, godi di un enorme vantaggio, che se ti chiedono di dove sei, non c'è bisogno di rispondere: sono italiano. basta dire: di Roma.

CANZANO - Tuo padre, avvocato siciliano che ha preferito vivere a Roma come scelta di libertà, al quale tu hai dedicato un libro, come lo hai ricordato attraverso la tua scrittura?

COMPAGNO - A commento del mio lungo racconto a lui dedicato (Memoria di parte) Grazia Marchianò mi riferì che a suo avviso scrivere sul padre è il massimo gesto d'amore che un uomo possa fare. Ho molto riflettuto su questa sua sentenza, e spero di averne compreso il senso. In effetti, per un figlio maschio, il padre rappresenta una figura che non è identificabile soltanto grazie al sentimento dell'amore. C'è anche quello, senz'altro, ma non è tutto. Il personaggio del padre è soprattutto simbolico e nel suo simbolo albergano tutti i conflitti. Il momento più evocativo della mia vita e del mio destino è stato quello in cui mi sono trovato da solo dinanzi a mio padre morto. Per me è stato come assistere alla fine del mondo. Sono restato a guardarlo per molti e molti minuti e lì ho capito alcune cose della vita. 

 CANZANO – Come hai vissuto il tuo ‘ingresso’ nella vita culturale di Roma e il tuo ‘contatto’ con gli intellettuali romani?

COMPAGNO – Non ho mai fatto ingresso nella vita culturale di Roma, né ho avuto contatti con gli intellettuali romani, anche perché a tutt'oggi non ho ancora compreso chi essi siano. E' un discorso complesso: a Roma esistono una vita sociale esorbitante e una certa tradizione erudita, Poi vi sono una vita cinematografica, pur se ormai in agonia, e una vita televisiva, purtroppo ben attiva. Ma una vita intellettuale proprio no. Negli anni Ottanta, quando cominciai a scrivere e a pubblicare, erano in auge i cascami post-moraviano e post-pasoliniano. Ora, prendiamo ad esempio i personaggi ispiratori. A Moravia riconosco un libro immenso, Gli indifferenti; a Pasolini un'intelligenza vivissima e una sensibilità polemica impareggiabile. il primo però non ha fatto che riscrivere lo stesso libro; il secondo si è intestardito nell'arte che sapeva maneggiar meno, essendo un regista insopportabile e arrangiato. Per entrare nei circoletti intellettuali romani dovevi per forza passare per i loro epigoni, mezzi snob e di nessun interesse. A me tutto questo annoiava mortalmente. Se dovevo trascorrere una serata ad ascoltare Enzo Siciliano, francamente, preferivo giocare a poker con gli amici. Senz'altro avrei imparato di più. Ciò detto ho amici intellettuali e artisti che stimo molto. Sarà un caso ma sono tutti outsider come me. Persone libere e un po' strane.

CANZANO - A Roma negli anni '80 andava di ‘moda’ la sinistra di Nanni Moretti il quale, come tu dici è un regista inadatto a descrivere il dolore, in particolare nel film ‘La stanza del figlio’, e, è un artista non portatore di cultura propria. Perché?

COMPAGNO – Nanni Moretti è stato a suo modo un grande critico dei tic intellettuali della sinistra. Io sono un autarchico ed Ecce Bombo rappresentarono un duplice micidiale attacco alla vuota cultura sinistrese, quella della "misura in cui" e del "faccio... vedo gente...". Dopo di che Bianca fu un'opera eccellente, mentre La messa è finita e Caro Diario li inscriverei in un catalogo di buoni film. Il resto lo butterei senza problemi nel cestino. Sogni d'oro è un delirio mitomaniacale, Palombella rossa è tra i dieci film più pallosi della mia vita, Aprile non è un film e Il caimano è poco meno che orribile. La stanza del figlio merita un appunto a sè: vinse la Palma d'Oro per motivi politici (niente di male, accadde anche a Dario Fo con l'Oscar...) ma è un film non riuscito, dove l'autore non trova una sola credibile via di espressione del dolore contro-natura. Ci sono dei dialoghi che sembrano copiati dagli appunti di un mediocre psicanalista. E' tutto un orecchiare senza senso. Ed è un peccato perché l'uomo è intelligente e spiritoso. Da lui mi aspetto un grande film poetico, ne sarebbe capace.

CANZANO – Il tuo liceo ‘Giulio Cesare’, i tuoi compagni di scuola come Franco Frattini e le prime esperienze politiche che, ancora non erano ben delineate tra destra e sinistra, come li vedi rapportati ad oggi dopo la lettura del libro di Mario Calabresi?

COMPAGNO – Franco Frattini stava nella mia stessa sezione un paio di classi avanti. Non si distingueva dalla massa nemmeno per un pelino. Era tra coloro che formavano cortei esagitati e piuttosto minacciosi, almeno da un punto di vista dialettico. Però non era un pericolo pubblico, anche perché non ne aveva il physique du role. In ogni caso tutto era come un gioco, che poi divenne letale. Si sceglieva: o stavi da una parte o stavi dall'altra. Io mi ritrovai a simpatizzare per una specie di anarco-fascismo, forse perché nulla di più contraddittorio era immaginabile. D'altronde, cosa vuoi che capisca di politica un ragazzino sedicenne? Fu una breve militanza cerebrale, che già a diciannove anni avevo dismesso, indenne. Circa le sigle avverse, solo a ricordarle tutte non basterebbe una mente-prodigio: Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, Servire il Popolo. Ovviamente di operai nemmeno l'ombra, di figli di papà la gran maggioranza. Da queste sciocchezze, dall'una e dall'altra parte, vennero a crearsi le vittime. Ragazzi di destra e di sinistra trucidati senza un perché. Una cosa folle. E Luigi Calabresi, certo, oggetto di un'infame campagna di "Lotta Continua". Infame. Alla quale il figlio Mario ha risposto a distanza di 34 anni con un libro nobile.

CANZANO – La tua esperienza con Amnesty International?

COMPAGNO – Irripetibile. Nel 1981, quando decisi di iscrivermi, in Amnesty militava un migliaio di persone. Mi gettai anima e corpo in quell'avventura, praticando un volontariato assoluto e senza soste. Come tanti altri ragazzi della mia età. Penso a Paolo Casali, ad Antonio Marchesi, a Geppy Forlani, giovani di grandi capacità. E poi Amnesty era guidata da un Presidente straordinario: Cesare Pogliano. Un combattente di spessore, uno che non si fermava un attimo. AI mi ha insegnato che esistono le idee ed esistono i problemi, che poi sono la vita e la libertà delle persone. Sono due aspetti che spesso non combaciano. 

CANZANO – Parliamo ora un po’ di te dal punto di vista letterario, il tuo contatto con Mario Perniola e il rapporto con il talento, e la tua passione per la scrittura….  COMPAGNO – Di Mario Perniola non posso dire altro se non che mi ha insegnato quasi tutto. Non mi ha insegnato a essere filosofo perché non posso vantare una "vocazione" tanto impegnativa. Lui è un filosofo, Cacciari e Vattimo lo sono. Ma se non mi fossi dedicato, grazie a lui, alla filosofia, non avrei nemmeno compreso l'uso del concetto, perché un Maestro t'insegna a procedere per concetti, in qualche modo fa ordine nella tua mente. E Mario a un certo punto mi disse che a suo parere io avevo la vocazione della scrittura, e che non era poco. Insomma mi trasmise una gran fiducia. Ed è stato molto generoso con me, perché grazie a lui sono venuto in contatto con i grandi contemporanei, con filosofi, artisti, scrittori... restavo a bocca aperta e mi chiedevo: che ci faccio qui in mezzo? 

CANZANO – Come è nata ed è morta la segreteria telefonica raccontata in un tuo libro?

COMPAGNO – L'assente è stato un esperimento di letteratura antropologica in stile perecchiano. Era un periodo che la segreteria telefonica andava molto. Ci si parlava e ci si straparlava. Alché pensai: vediamo che succede se per sei mesi non rispondo più al telefono... Accadde che gli altri si misero a narrare per me, della vita quotidiana come del dolore, della gioia come della poesia, della volgarità come della paura. Il romanzo lo intitolai L'Assente. Quello ero io. Aveva a che fare con la letteratura infra-ordinaria dell'Ouplepo. Trasformare il linguaggio ordinario in parola letteraria. Clara Gallini avallò il progetto.

CANZANO – La passione per il calcio che non risparmia proprio nessuno, tu la vuoi descrivere in un tuo libro parlando però dei napoletani e del loro Napoli…

COMPAGNO – Ormai ho un rapporto più distaccato con il calcio, è anche giusto alla mia età. Cominciai a tifare per il Napoli che avevo sei anni. Per via di Omar Sivori, che il Napoli aveva acquistato dalla Juve. Era il 1965 e per il primo scudetto dovetti aspettare ventidue anni. Maradona, naturalmente, il più grande calciatore di tutti i tempi. Con Pelè. Tutto il resto è terreno. Il Napoli per me ha rappresentato una scuola di sconfitte. In fondo, a pensarci, la mia antipatia per Berlusconi ha ragioni calcistiche. Il Milan ci prese un campionato già vinto nel 1987-88 e girò voce che era stato un problema di scommesse. Due anni dopo lo scudetto tornò a noi in modo assai rocambolesco ma non troppo ingiusto. La reazione di Berlusconi fu da vero "puzzone", come si dice a Roma. Lì dimostrò quanto poco e male sapesse perdere, cullato da un'invincibilità che aveva radici edipiche (il suo rapporto con la mamma è plateale). In fondo la storia dei brogli è una forma di coazione a ripetere. Il giorno del primo scudetto ero ovviamente al San Paolo. Vicino a me stava un vecchietto, il quale al fischio finale mi abbracciò e mi sussurrò: "Maruonna mia sono quarant'anni che aspetto!"  

CANZANO – Il tuo ultimo libro e gli aforismi come è nato…

COMPAGNO – E' un lavoro di lunga gittata. L'aforisma è un genere di facile lettura ma di difficile scrittura. Bisogna continuamente fermare l'istante. E' una specie di sogno interrotto. Paradossalmente chi scrive aforismi è tacciato di presunzione, perché si suppone che giudichi il mondo. Questa è una banalità. Chi scrive aforismi, in un certo senso, ha il respiro corto, poi il problema è se sappia o meno scriverli.

CANZANO – Un piccolo accenno ai problemi e i pregi di una piccola casa editrice nel mare delle grandi edizioni e nella confusione della distribuzione…

COMPAGNO - Si tratta di scelte. Nel 1988 io decisi di non inseguire i grandi editori. Ciò chiedeva tempo e pazienza e io non ne avevo punto. Mi seccava sentirmi dire "ripassi tra un anno". Un progetto non prevede rallentamenti. E poi c'è la questione dei cataloghi. Se pubblichi con un grande editore, un certo giorno il tuo libro sarà vecchio e finirà in archivio. Le piccole e medie case editrici rendono il vantaggio di un catalogo vivo. Tu rimarrai lì, col tuo titolo, ed è la sensazione di esistere. Piacevole.

CANZANO – E’ bella la sensazione di esistere… piacevole, come la dedica che mi hai fatto sul tuo ultimo libro: “A Giovanna che scrive e vive allo stesso tempo. Che rarità”. Grazie Giuliano per questa dedica, ora so anch’io di esistere.

BIOBIBLIOGRAFIA

Romano, quarantotto anni, scrittore, non iscritto a partiti o a movimenti politici, solo una lunga militanza in Amnesty International, non comunista negli anni '70, non socialista negli '80, non berlusconiano nei anni '90, non federalista, non buonista, non garantista, non pacifista, non filoamericano, ma situazionista, pongista, pokerista, eterosessuale, laico.
Pubblica il primo libro nel 1987, e a seguire altri 15 volumi, tra saggi, romanzi, aforismi, frammenti e guide xenofobe. Gli ultimi due volumi presso la "Coniglio Editore": Critica della ragion pubica e Siamo come negozi.  Da molti anni scrive per il teatro di "Krypton" di Giancarlo Cauteruccio. Tra il 1984 e il 1999 ha lavorato per l'università (Estetica, Dipartimento di Ricerche filosofiche), la cui carriera abbandonò denunciando in diretta su Radio 1 una commissione di concorso fasulla, caso unico nella storia dell'accademia italiana.
In quel momento capì due cose: che chiudersi una porta alle spalle significa non riaprirla mai più; e che la libertà è un eccellente stato d'animo.
Per i tre anni successivi ha diretto l'Istituto Italiano di Cultura a Oslo e si divertì molto. Rientrato in Italia, si rese conto del suo inarrestabile declino. Ci sono molte persone, vive o morte non importa, famose o sconosciute chi se ne frega, alle quali deve moltissimo e grazie alle quali è diventato e rimasto scrittore: Georges Bataille, Jean Baudrillard, Brigitte Bardot, Italo Bologna, Carlo Bordini, Giancarlo Cauteruccio, Marcello Ciccaglioni, Giovanni Compagno, Francesco Coniglio, Edouard Manet, Diego Maradona, Antonio e Paola Monaco, Carlo Palasciano, Mario Perniola, Georges Perec e Leonardo Sciascia.

giovanna.canzano@email.it

Invia commento comment Commenti (1 inviato)

  • Inviato in data paola sarcina, 21 Novembre, 2008 17:58:32
    dice un aforisma cinese: "se incontri un uomo con cui non vale la pena parlare e ci parli, hai perso tempo. ma se incontri un'uomo con cui vale la pena parlare e non ci parli, hai perso un uomo". da quello che ho letto credo che Compagno appartenga a questa seconda categoria