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LE PROPOSTE DI ICHINO. TRA PLAUSO INCONDIZIONATO E RISCHI DI AGGRESSIONE ALLA CONVIVENZA TRA ULTIMI

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Negli anni Sessanta e Settanta la moda di elaborare manifesti esplicitamente indirizzati contro qualcuno o contro qualcosa imperversava. Quella stagione, caratterizzata da troppi contrasti, spesso capziosi, partorì anche pagine inconsulte, foriere o anticipatrici di eventi drammatici (come il manifesto contro il Commissario Calabresi). Tuttavia quei “manifesti” erano luogo di elaborazione politica. Lo stesso appello avverso le politiche investigative di Calabresi conteneva degli spunti per una politica liberale del diritto penale assolutamente non disprezzabili, che avevano una loro dignità al di fuori della luttuosa polemica contingente e che, in sostanza, chiedevano misure garantiste, rifiuto delle custodie cautelari ad libitum, mitezza del potere e dei poteri dentro e fuori un procedimento penale. Questo, da quel manifesto, può esser salvato e trasportato all’oggi: basti pensare alla questione penitenziaria e ai tre fantasmi che la perseguitano (sovraffollamento, inumanità di taluni trattamenti, incidenza del tasso di suicidi). Stupisce non leggere riflessioni di questo tipo anche sulle politiche sociali. Restando nel parallelismo tra cronaca giudiziaria e critica liberale, da alcuni anni hanno un loro seguito, convinto e molto più radicale delle apparenze, le proposte del giuslavorista Ichino. Ne segue il fatto che queste tesi siano diventate, nell’immaginario comune, il simbolo stesso di una flessibilizzazione estrema del mercato del lavoro e della precarizzazione degli stili di vita. Bene: tutto ciò è sbagliato. I contratti atipici esistono a prescindere dal lavoro scientifico di Ichino. Ichino è fine intenditore di diritto, studioso attento (ma “partigiano”) della problematica delle fonti nel diritto del lavoro, persona prudente nelle argomentazioni e molto risoluta nella rivendicazione dei propri concetti di riferimento. Non esistono ragioni che giustifichino intimidazioni, minacce o, persino, più blandamente, offese personali. Tuttavia sul merito delle proposte si è detto poco. Qualcuno non ha resistito alla tentazione di “santificarle”, cioè di prenderle in blocco, in blocco di indicarle salvezze alla stagnazione occupazionale ed economica. Anche questo estremo è pericoloso. Ichino è infatti sostenitore di un incremento della mobilità del prestatore del lavoro (“se aumenta la sua disponibilità a spostarsi, aumentano le sue chances di lavoro” è un dato empirico-descrittivo, che non può e non deve per forza diventare parametro normativo). Pure è stato in prima persona occupato nella promozione, sin qui cartolare, di organi di controllo volti a monitorare l’efficienza e la produttività, istituendo dei profili premiali per chi registri i maggiori indici in entrambi i campi. Questi organi non sarebbero con ciò solo immuni dalla strumentalizzabilità politica e dall’aggravio di spesa pubblica. Ora, il discorso -e NON è il caso di Ichino-, portato alle estreme conseguenze, ha qualcosa di eugenetico: il corpo (o la mente, mind and intellect) più resistente alla prassi del lavoro ulteriore al tempo previsto -lo straordinario- merita di portare guadagno crescente. Chi più vuole guadagnare, più deve lavorare: se non si pone un limite razionale al principio, è normale che gli autotrasportatori e i muratori tirino cocaina nel disperato tentativo di incrementare le loro prestazioni, è normale che le amministrazioni sfornino pratiche su pratiche senza criterio e votate a una mera duplicazione formale, senza alcuna tutela di giustizia sostanziale a prescindere dalla violazione della regola burocratica. Un cortocircuito non indifferente, non troppo dissimile dalla “catena dei subappalti” che esternalizza i costi della sicurezza e della manodopera: se è lecito usare lo strumento giuridico “subappalto” per la riduzione delle spese, si enuncia un principio di indifferenza rispetto al locus concreto in cui avviene la riduzione nella catena produttiva.

La ripresa economica ha da agire lungo due binari: quello del consumo soltanto può essere alimentato da occasionali incrementi di reddito per poche categorie di prestatori di lavoro (il che non è neanche la strategia migliore, dal beneficio più durevole). Quello della qualità di vita, invece, come condizione per vivere meglio e -e latere datoris- produrre meglio, non solo non esce rinvigorito da certe proposte, ma anzi da queste è direttamente attaccato. Forse è qualcosa su cui iniziare a riflettere.

Domenico Bilotti

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