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Bossi illude suoi e resta con il miliardario

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Il leader della Lega inneggia alla secessione per tentare di tenere a bada una base in fibrillazione, delusa da un federalismo di facciata proposto da questo governo. Bindi: “Un ministro non può dileggiare la Costituzione”
pubblicato il 19 settembre 2011 , 189 letture
Dopo 15 anni, il leader della Lega, nonché ministro della Repubblica italiana, Umberto Bossi propone ancora ai militanti del Carroccio riuniti a Venezia alla Festa dei Popoli padani, di combattere per rendere la Padania libera ed autonoma dal resto dell’Italia che la sfrutta e non produce ricchezza. Tutto questo, "se non basta la via democratica di un eventuale referendum per la libertà, un tentativo democratico si può anche percorrere", ammette Bossi.

Ma il grido:"secessione, secessione", appare alle opposizioni di governo una sorta di ‘equilibrismo’ della Lega per tentare di tenere a bada una base in fibrillazione, delusa da un federalismo di facciata proposto da questo governo.

“Bossi - ha commentato il Segretario del PD Pier Luigi Bersani - fa sognare il popolo leghista, mette davanti il sogno per non dire ben chiaro che continua a stare con il miliardario. Vorrà dire che la farà con Berlusconi la secessione – ha aggiunto sarcastico Bersani, obiettando - la gente non può mangiare con le favole, adesso abbiamo dei problemi seri e la Lega deve prendersi le sue responsabilità e rispondere di quello che sta facendo al governo”.

“Questo governo non esiste più – ha osservato Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato - ormai è un'accozzaglia politica, con Bossi che ricattando il Pdl, torna a invocare la secessione del Nord per paura di perdere i propri elettori. Peraltro - ha sottolineato Finocchiaro - l'evocazione della secessione rende Umberto Bossi incompatibile con il ruolo di ministro”.

Anche Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea nazionale del Pd ha parlato di "una Lega imbarazzata, indignata al Nord e rassegnata a Roma, che torna alla secessione per nascondere il fallimento completo del governo".

La Presidente dell’Assemblea democratica Rosy Bindi ha stigmatizzato il silenzio del Pdl alle 'uscite bossiane'. “Un sistema intollerabile di ricatti politici incrociati continua a paralizzare l’esecutivo. Non si spiega altrimenti - ha notato Bindi – il silenzio del presidente del Consiglio sulle gravissime affermazioni di Bossi a Venezia. Un ministro della Repubblica non può impunemente permettersi di incitare alla secessione e dileggiare la Costituzione”. La Presidente ha poi definito l’invocazione della Padania “una pura finzione, l’ennesimo inganno per spostare l’attenzione dai fallimenti del governo. Anziché parlare degli aumenti dell’Iva, del disastro nella scuola e nella sanità, del saccheggio delle risorse agli enti locali, delle difficoltà delle imprese e delle famiglie, Bossi si nasconde dietro la logora bandiera del federalismo a cui non crede nessuno. Il Paese non merita questi ministri e questo governo. C’è bisogno al più presto di ritrovare speranza e futuro”.

Sulla stessa linea le osservazioni di altri dirigenti del PD su un leader del Carroccio che "tuona a Venezia ma subisce a Roma e ricerca un equilibrismo impossibile".

“Bossi cerca solo di nascondere ai suoi elettori di far parte del governo Berlusconi per uscire indenne dall’imminente crollo. E’ un equilibrismo impossibile – ha detto Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del PD - visto che tutti sanno come Bossi e la Lega abbiano votato tutti, ma proprio tutti, i provvedimenti voluti dal presidente del Consiglio: dalle leggi ad personam, agli scudi per gli evasori fino ai tagli contenuti nella manovra che hanno ucciso il federalismo, la ragion d’essere dello stesso leghismo”.

Ha chiarito Cesare Damiano, capogruppo PD in Commissione Lavoro: “Bossi si prepara alle elezioni mentre continua a fingere di aver protetto gli operai del Nord, in realtà, con il voto della Lega: non bastano più 40anni di contributi per andare in pensione ai lavoratori, per lo più concentrati al Nord, che hanno cominciato a lavorare a 15 anni. Non solo alle lavoratrici del pubblico impiego ma anche alle operaie, il governo ha regalato un prossimo innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni. Dulcis in fundo, con la complicità della Lega, con l’ultima manovra gli accordi aziendali potranno prevedere il licenziamento”.

Ha definito ironicamente Umberto Bossi "un anziano collezionista di vecchi cimeli", il senatore del Partito Democratico Ignazio Marino. “La secessione, le baionette, la Padania: tutte anticaglie da rispolverare due o tre volte l'anno per i comizi su qualche palco del Nord Italia. La Lega si ostina a presentarsi come un partito di opposizione ma da più di mille giorni fa parte di questo esecutivo con il quale ha impedito l'abolizione delle Provincie, ha negato la riduzione delle auto blu, ed ha votato per proteggere Silvio Berlusconi dalle accuse di sfruttamento della prostituzione minorile. La Lega invoca la secessione – ha concluso Marino - ma fino ad ora ha dimostrato di non avere il coraggio di andare oltre le parole: si manterrà fino al 2013 ben salda alle stesse poltrone dei palazzi contro cui afferma di voler marciare".

Mentre Stefano Fassina, il responsabile Economia e Lavoro del PD, dati alla mano ha commentato l’incoerenza della Lega, che ormai va avanti solo per slogan, evidenziando come "grazie all ‘accoppiata Bossi-Sacconi, con l'art 8 contenuto nella manovra economica approvata dal governo, si colpiscano pesantemente proprio i milioni di operai e di lavoratori del Nord. Il federalismo ottenuto dalla Lega sta portando ovunque meno servizi e più tasse, sia per le famiglie che per le imprese. Lo stipendio diverso regione per regione c'è già, c'è da sempre: nel Mezzogiorno le retribuzioni sono circa il 30% più basse che nel Nord. I contratti territoriali definiti al di fuori della cornice dei contratti nazionali  - ha detto Fassina - determinano la concorrenza al ribasso sulle condizioni di lavoro e sulle retribuzioni tra lavoratori di diversi territori”.

La verità è che la confusione sotto il cielo della maggioranza non è mai stata così grande e il Paese è ormai guidato da una compagine che non esiste più. In un contesto economico-finanziario così complicato l’Italia non può permettersi di essere guidata da leader così logori. “Per il bene del Paese Berlusconi e Bossi si arrendano all’evidenza e facciano un passo indietro – ha concluso Antonio Misiani, deputato e Tesoriere del Partito Democratico - è l'atto di generosità più grande che possano fare nei confronti degli italiani che vogliono tornare ad essere orgogliosi del loro Paese”.

Anto.Pro.

 

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