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DI PADRE IN FIGLIO: LAZIO 1974

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La passione calcistica, in Italia, tende a sollevare i più improbabili campanilismi. Eppure, soprattutto il cultore del pallone, innamorato dello sport e dei gesti memorabili, finisce riconoscersi nel codice dell’attaccamento, a prescindere dalla bandiera srotolata. Per chi scrive non fa certo eccezione lo splendido libricino che Franco Recanatesi (giornalista sportivo di provata fede laziale) dedica allo scudetto del 1974: “12 Maggio 1974: le ore della gloria” (Libreria Sportiva Eraclea, 2013). E per molti ragioni… Innanzitutto, la Lazio di quegli anni poteva tranquillamente ergersi a fiore all’occhiello della pedata tricolore, attesa la qualità e gli elementi di cui disponeva: un portierone sottovalutato dal giro azzurro, come Pulici; un difensore spigoloso come Wilson; due centrocampisti piedi buoni e goal assicurati (centrocampisti che nemmeno il calcio d’oggi saprebbe tenere in panchina): Garlaschelli, in realtà spesso più spostato in avanti, e Re Cecconi; un metronomo silenzioso eppure imprescindibile, come Frustalupi; un bomber castigamatti e di mezzi tecnici superiori al centravanti classico, come Giorgio Chinaglia (non a caso salito al ruolo di “grido di battaglia” per tutto il popolo della Curva Nord). Anni difficili per il calcio, con l’Italia del ’68-’70 (Europeo, unico vinto, e finale mondiale) ridotta a gruppetto irriconoscibile nonostante fior di senatori in campo -come l’Italia calcistica del 2010 e del 2014- e ancora incapace di rialzarsi a quel livello che nel ’78, nell’80 e nell’82 la riporterà agli onori delle cronache sportive planetarie. Campionati tesi, al crinale tra vecchio e nuovo. Un clima nazionale, anche politico e sociale, che Recanatasi ben illustra nei flashback del libro, dedicato in sostanza alle ultime due partite dei Campioni d’Italia, quelle del trionfo assoluto, della gioia incontenibile, della classe e del genio finalmente premiati. E soprattutto un reportage intimo e caloroso sui riti interni di quella squadra oggettivamente fenomenale: il nottambulo Chinaglia, mai una sbavatura in campo, se fu capocannoniere dell’edizione; chino, roboante, imprevedibile, trascinatore. Re Cecconi, visione di gioco completa e guizzi tecnici mai di secondo piano, sfortunato protagonista di una fine tragica quanto assurda; il contegno impeccabile e la geometria razionale, umile, eppur implacabile, del sempreverde Frustalupi; le piccole nevrosi e le generose raccomandazioni di un guru dal volto umano del calcio che fu: mister Maestrelli. Una galleria appassionata, funambolica e appassionante, dove si vede all’opera il meglio del nostro calcio di quell’annata, ma anche il colore di un’Italia diversa: ingenua, magari ancora spensierata, ahinoi pronta a farsi travolgere dalla spirale d’odio dei secondi Settanta e dalla crisi economica. Una squadra di giovani uomini in giro per la Roma notturna, dei primi veri, grandi, locali “in”, ma anche delle realtà di quartiere, sofferenti, alla mano e struggenti al tempo stesso. Una Lazio meravigliosa, che piega per tutto l’anno i rivali di sempre e che, nelle belle pagine di Recanatesi, toglie a noi che non abbiamo tifato per quella formazione l’astio di non aver fatto parte di questa storia: una storia così bella, grazie a Recanatesi, (ri)diventa storia di tutti.

Domenico Bilotti  

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